venerdì 12 dicembre 2008

“QUI” I CREATORI DI FUTURO I BAMBINI, LUCE DI CAMBIAMENTO CORTE DI CANOBBIO, CORTEMILIA (CN) MOSTRA PERSONALE DI AKIRA ZAKAMOTO



Sabato 6 dicembre 2008, a Cortemilia (CN), presso la “Corte di Canobbio”, è stata inaugurata la mostra personale di Akira Zakamoto “Qui. I creatori di futuro. I bambini, luce di cambiamento”.

In mostra, fino al 6 gennaio 2009, nei raffinati locali della “Corte di Canobbio”, 13 dipinti che si ispirano all'universo infantile, tema particolarmente amato dall'artista. La “Corte di Canobbio” è uno splendido edificio del 1500, recentemente ristrutturato, che però mantiene intatti fascino ed eleganza. In questa gradevole e suggestiva cornice, oltre ad ammirare la mostra di Akira Zakamoto, si può sorseggiare un ottimo Nebbiolo o degustare la deliziosa pasticceria a base della pregiata nocciola “tonda e gentile delle Langhe”, fiore all'occhiello della produzione dolciaria della zona, che inebria e rapisce irrimediabilmente il gusto e l'olfatto.

Il progetto artistico prende vita da un'idea di Akira Zakamoto (al secolo Luca Motolese) e Paola Canobbio.

Da una piacevole e spensierata giornata ludica in cui vengono coinvolti i bambini di Cortemilia e dei paesi limitrofi, nascono le fotografie che ispirano i quadri. E nei quadri vengono raffigurati bambini “in carne e ossa”, celebrati sia come esseri “hic et nunc”, sia come emblemi del trascendentale.

L'intento è quello di sottolineare “la deità” insita nei fanciulli, icone chiave della poetica di Zakamoto, che, in questa mostra, acquistano ancor più pregnanza, grazie ad un uso più incisivo e potente degli accostamenti cromatici.

Il ritratto, da sempre emblema dell'arte pittorica, si veste, nella pittura di Zakamoto, di significati “antroposofici” e simbolici, pur conservando anche rimandi storico-artistici che ci riportano alla tradizione rinascimentale del ritratto celebrativo e commemorativo. Ma mentre nel XVI secolo l'idealizzazione ritrattistica assume precise funzioni politiche e sociali, qui si caratterizza in particolar modo di valenze spirituali e teleologiche.

Si parte, quindi, dal gioco, inteso come “gioco serio”, che contiene in sé la facezia ma anche il “pathos”, la trascendenza ma anche l'immanenza. Perché il gioco non è solo finzione catartica, ma anche e soprattutto realtà esperita attraverso la manipolazione del mondo circostante, grazie alla quale l'immaginato diviene fenomenico e acquista concretezza e senso. Il gioco è lo strumento principe attraverso il quale il bambino apprende a essere se stesso, misurandosi con il proprio universo intrapsichico e con la dimensione relazionale del proprio Sé. Gli adulti giocano per tornare ad essere ciò che non sono più; i bambini giocano per diventare ciò che saranno. E nel loro essere “in fieri” l'adulto si specchia, sfiorando per un attimo ciò che era, ciò che potrebbe essere e ciò che sarà. Il bambino, nella pittura di Zakamoto, è un simbolo escatologico di fondamentale importanza, perché esprime la forza motrice dell'universo, lo spirito incarnato nel mondo fisico, come direbbe R. Steiner. I suoi fanciulli, dagli sguardi baluginanti ed eterici, sono gli “angeli” che ci prendono per mano e ci conducono verso i sentieri scintillanti e scoscesi del cambiamento, verso un'epopea “apocalittica”, intesa secondo l'accezione etimologica del termine (dal greco apò-kalyptein: rivelare). Nulla di catastrofico, dunque, anzi. I bambini rappresentano il dolce “fiume eracliteo” del divenire, e nei loro occhi brilla l'acqua limpida di un oceano imperscrutabile ma la contempo tangibile: il futuro in nuce dell'umanità, già presente, ma che deve ancora realizzarsi appieno. Nel tempo del “qui”, dunque, possiamo scorgere un'intuizione, un seme. A noi l'immensa responsabilità di cogliere questo seme, curarlo, accudirlo, innaffiarlo, affinché possa nascere un giorno uno splendido fiore.

“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”.

Platone

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