mercoledì 29 ottobre 2008

"La prova del miele", erotismo decadente e inconcludente

“La prova del miele”, scritto dalla poetessa siriana Salwa Al-Neimi, somiglia più al diario stucchevole, ingenuo e sfilacciato di un'adolescente piuttosto che a un romanzo erotico.

Acclamato ed encomiato in tutto il mondo come il bestseller dell'anno, in realtà questo libro non ha

niente a che vedere con la grande letteratura erotica del Novecento, densa di sensualità, seduzione e spudoratezza, che annovera, tra i suoi più noti esponenti, autori del calibro di Henry Miller, Anais Nin e Dominique Aury, solo per citarne alcuni.

Un romanzo decisamente scialbo e privo di mordente, che non riesce a rapire e a stuzzicare il lettore con il fascino sottile, velato e ammiccante dell'erotismo, ma neppure riesce a “scandalizzarlo” e a scuoterlo con una prosa concitata, esplicita e impudente, come un'onesta e sana opera pornografica esigerebbe. E non è neanche un romanzo d'amore.

La protagonista del libro, una bibliotecaria del dipartimento di Arabistica dell'Università di Parigi, tesse, dalla prima all'ultima pagina, infinite lodi alle gesta erotiche del “Pensatore”, uomo fondamentale per lei, amante- maieuta che la inizia ai misteri e ai piaceri della carne. Il tutto condito con riflessioni sparse e confuse, ricordi vaghi e imprecisi, e riferimenti letterari e linguistici deboli e sfuggenti.

Le premesse sono promettenti, ma poi la prosa diviene scipita, traballante, in certi punti addirittura tediosa.

Ogni tanto si scorge qualche intrigante e appassionante barlume, ma subito la scintilla si spegne.

E' curiosa e originale l'analisi etimologica che l'autrice tenta di compiere citando alcuni stilemi e vocaboli della lingua araba, ma essa è troppo frettolosa. Così come i riferimenti ai testi antichi di letteratura erotica araba, scritti da grandi maestri sùfi: tutti spunti molto interessanti, che però cadono nel vuoto, si disperdono, scivolano via lasciando in bocca un appetito che non trova mai sazietà. Il lettore rimane costantemente in una dimensione di attesa che non viene mai colmata e soddisfatta.

Anche il concetto “tantrico” del piacere carnale come mezzo per raggiungere l'elevazione morale e spirituale è sicuramente degno di nota. Ma pure in questo caso l'analisi risulta essere superficiale, farraginosa, fragile e lacunosa.

Ennesimo tema che avrebbe potuto essere analizzato e sviluppato, e che invece viene solo sfiorato e accennato, è il rapporto tra sessualità e femminilità nella cultura musulmana.

Un romanzo, dunque, pieno di potenzialità, ma che fatica a decollare, che lambisce tutto fugacemente, senza mai andare in profondità, e che lascia nel lettore un senso di insoddisfazione, frustrazione e incompiutezza.


Chiara Manganelli

lunedì 6 ottobre 2008

SACRA ERESIA

Il sole custodisce l’orizzonte. Lo culla, lo disegna, lo nutre di luce. E lo sposta sempre più in avanti, lo lancia oltre lo sguardo, dove solo l’occhio della mente lo può raggiungere. Noi, delfini umbratili, sacri e sacrileghi, sempre in bilico tra eresia e santità, tra follia e assennatezza, nuotiamo incessantemente tra gli abissi di un oceano bizzoso e impetuoso.
La linea di questo orizzonte sensuale e seducente si flette, si distende, si cancella, appare, riappare, acquista forme deformi e impertinenti, scorre tra le palpebre socchiuse dell’anima, ondeggia e oscilla nei territori incontaminati e incontenibili dell’immaginazione, e risplende come un diadema scintillante, come un crepitio baluginante di un sorriso sperso tra lo spazio obliquo dell’ineffabile.
La fantasia rotola nell’aria come bolla di sapone diafana e iridescente, si posa su frammenti di pensieri sconnessi e imprecisi, sparpagliati tra nuvole eburnee, per stravolgerne il colore e la sembianza, attingendo trascendenza e misticismo dalle viscere attorcigliate dell’inquietudine.
Le labbra mordono e divorano il frutto sconosciuto e inebriante partorito dalla propria raggiante e vorticosa deità, e le mani forgiano figure fantasmagoriche che si abbeverano alla fonte inesauribile di una sapienza profonda e nascosta.
I grumi dei respiri si sciolgono e scorrono lungo lingue fiammeggianti di musiche adornate di orfici misteri. Si dilata il tempo, si dilata lo spazio. Tutto diviene possibile.
Il seme è nella nostra carne, il fiore è amplesso che sgorga dal nostro sguardo audace e vorace, e la chiave che apre lo scrigno dei segreti ancestrali è racchiusa tra le lande di un’isola aspra e austera dove l’anima teme se stessa e incontra ombre fosche e torve di fantasmi che la perseguitano e la flagellano.
Al di là della nebbia, al di là del gorgo della tempesta, il cielo rabbruscato si apre e si spalanca nuovamente alle piogge pulsanti e sferzanti della luce.
E il sedicente dio ultraterreno, inventato e millantato per renderci schiavi scheletrici e smunti, viene schiacciato da un dio terreno, l’unico vero dio che possa davvero esistere, e che abita la dimora del nostro Io supremo, perfetto e impalpabile, attraversando cicli di infinite metempsicosi.

venerdì 12 settembre 2008

MITRIDATISMO

Ingurgitando cascate sferzanti di tramontana
l'anima spurga saccenza,
emenda follie,
erutta magmatico fiele sulfureo,
e masticando ruggine amara
si flette
sull'adamantina e diafana lucentezza
di un riverbero di quiete,
emigra dentro oceani di cieli audaci
dove lo sguardo viene sbalzato fuori
dal suo nido avvelenato,
e gli occhi riottosi rimbalzano
tra le sinusoidi incostanti dell'infinito.

Il pesce annicchilito e scalpitante,
avviluppato nella rete,
succhia il ferro che rovista il palato,
si dimena convulso e ubriaco d'ira
sulla chiglia che odora di sale e di legno.
All'improvviso guizza come guitto sornione
tra la spuma feroce e fiera,
sciogliendo la rete ruvida del carnefice.

Abbeverandosi alle fonti ingannevoli del veleno,
il veleno diviene miele
e allora ci vuole una rottura,
una variazione di rotta,
un ribaltamento rocambolesco.

Lo sguardo si sposta
repentino e temerario
lungo altre direzioni,
e osservando la trappola
della capziosa apparenza

scivola via la caparbia ostinazione
della mendace presunzione.

Mai stare fermi in un punto,
ma muoversi,
voltarsi,
entrare e uscire da sè,
per vedere la scena,
e schernire ciò che prima era,
perchè ora non è
e domani non sarà

E dunque aborrire il mitridatismo,
aborrire qualsiasi abitudine,
qualsiasi convinzione,
qualsiasi effimera illusione di realtà.

La Verità è un frutto acerbo,
è millanteria tragicomica
vomitata dalle labbra tremanti della Paura.

mercoledì 10 settembre 2008

SIMBOLI SACRI E PROFANI NEL VIAGGIO VERSO L’INFINITO

Dagli sguardi segreti di un angelo decaduto
che irradiava dardi di luce,
stilla veleno voluttuoso.
Rovinosa e riottosa
è la caduta dal Paradiso all’Inferno.

Anubi, dio sciacallo collerico e torvo,
lo sospinge, attraverso fiamme liquide e deserti metallici,
al cospetto della bilancia

dispensatrice di straziante terrore.

Il cuore è leggero,
ammasso vuoto di carne aggrovigliata e compressa
che pullula di ombre, insidie e languori,
impasto di sangue raggrumato
da oltraggi di superba miseria.

Osiride, ultimo giudice inappellabile,

osserva, impassibile e muto,
la polpa che racchiude la vita

e ne distilla il succo.
Tra le sue mani scarne e affusolate
schiaccia schiere di cuori,

miete incauti dolori ed emenda fragorose cecità.

Suo figlio, il Sole, da un grembo angusto,
divampa e profonde cascate di luce,
e scintillano i segreti granitici
che Iside accarezza e custodisce.

Ogni solstizio è amplesso lugubre,
lotta strenua e mastodontica
tra le forze opposte di sterminate tempeste.

Occhi pavidi e diafani come fondi di bottiglia
si perdono tra arcane disforie impetuose.

Cagliostro insegue
la pietra filosofale,
tortura mistica e magnifica,

oltre il tempo e lo spazio,
e viene inghiottito dalle avide bocche
delle Grotte Alchemiche.

Alla ricerca dell’oro magico
l’anima si arrovella, si perde, si frantuma,
attraversa tumulti turbinosi e fantasmagorici.

E laggiù le colonne d’Ercole attendono
lo sguardo e il passo di chi si appresta a varcare l’Infinito


Chiara Manganelli

domenica 7 settembre 2008

LA “RAGIONATA SREGOLATEZZA DI TUTTI I SENSI” COME CONDIZIONE INDISPENSABILE PER AFFERRARE IL SENSO PROFONDO DELL'ARTE E DELLA VITA










L'INFLUENZA DELLA POESIA DI ARTHUR RIMBAUD SULLE CORRENTI ARTISTICHE DEL XIX E XX SECOLO

“Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, - e il sommo Sapiente! - Egli giunge infatti all'ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all'ignoto, e quand'anche, smarrito, finisse col perdere l'intelligenza delle proprie visioni, le avrà pur viste!”


Lettera di Arthur Rimbaud a Paul Demeny
Charleville, 15 maggio 1871

Arthur Rimbaud è l'antesignano e l'emblema di una rivoluzione culturale senza precedenti. Egli, sovvertendo i canoni estetici e contenutistici della poesia, rappresenta un fondamentale punto di svolta sia nella storia della letteratura occidentale, sia nella storia dell'arte della seconda metà del XIX e di tutto il XX secolo, che, anche alla luce della sua preziosa eredità, reinventerà i propri parametri espressivi e semantici.
Il geniale e irriverente poeta francese intende rompere ogni schema, creare una frattura netta e insanabile con i paradigmi del passato; la sua poesia scardina tutte le regole fino a quel momento accettate e condivise dall'èlite intellettuale dell'epoca, rinnegando, da un lato, l'epistemologia razionalista propria dell'Illuminismo e del Neoclassicismo, e, dall'altro, distanziandosi anche, in parte, dalla filosofia del Romanticismo.
Rimbaud asserisce che il vero poeta deve farsi veggente, divenire un essere che trascende il proprio sé illusorio e si spinge al di là della vita per poi ritrovarla. Solo così si può giungere a celebrare l'essenza magica e onirica di un'esistenza che ha il sapore di una realtà ben più complessa di quella che siamo abituati a vedere e a percepire. Ci si trasforma in veggenti quando si è disposti ad abbandonare ogni mendace conoscenza a priori del mondo delle forme, ogni pregiudizio, ogni sapere appreso, quando ci si lascia travolgere e avvolgere dall'ignoto, dal sogno, dal mistero seducente e meraviglioso della vita al di là delle apparenze e delle convenzioni.
Attraverso il sacrificio della propria riottosa e ottusa razionalità, si riesce ad approdare tra le sinuosità strabilianti di territori mistici e incontaminati, affascinanti e spaventosi; si arriva ad afferrare “l'alchimia del verbo”, a misurarsi con la vera materia dell'arte e della poesia: l'ineffabile. Ma bisogna rinunciare a quell'Io imperante e minaccioso che ci impone di seguire i sentieri triti e tranquillizzanti della realtà transeunte e immanente. Dobbiamo spogliarci degli orpelli opprimenti della paura e tuffarci dentro mari sconosciuti, deliranti e temerari, i cui abissi possono custodire scintillanti e languidi deliqui, ma anche terribili incubi e devastanti sofferenze. Bisogna essere disposti a correre il rischio. Perché quando si rinnegano salde, posticce e tenaci certezze, ci si può anche perdere e disgregare in mezzo ai turbinii impetuosi e tumultuosi di oceani in rivolta.
Dunque è necessario superare la realtà fenomenica, ammutinarsi, abiurare, andare oltre, altrove, essere surreali. Ma per andare dove? Qual è la meta del viaggio? Forse il viaggio stesso, forse l'anarchia dello spirito. L'ineffabile, appunto. Ciò che si può percepire ma non si può spiegare.
A. Breton affermò che Rimbaud fu surrealista nella pratica della vita prima ancora che nella pratica della poesia. E' indispensabile immergersi nel proprio universo onirico e allucinatorio, e attingere da esso suggestioni, folgorazioni e frammenti di sogno per poter elargire all'arte qualcosa di veramente unico, illuminante e prezioso.
Se l'arte si limita a riprodurre e descrivere la realtà che è sotto gli occhi di tutti, qual è il suo senso ultimo? Un bell'esercizio di virtuosismo e tecnicismo?

Molti artisti, dal XIX secolo in poi (ma non solo) si trovano stretti e limitati da questa visione assai depauperante e svilente, e sentono la necessità di rompere le righe in modo violento e provocatorio, tentando strade sfrontate e audaci, e ridefinendo “un'escatologia dell'arte” che ne metta in discussione non solo i canoni estetici, ma anche i canoni gnoseologici.
Nascono così correnti culturali e artistiche quali il Simbolismo, il Surrealismo, la Metafisica, il Dadaismo, il Fauvisme, e molte altre ancora, diverse tra loro, ma aventi tutte in comune un desiderio di andare oltre l'universo empirico e manifesto, per carpire un'essenza che trascenda la superficie del mondo tangibile.
A influenzare notevolmente il clima culturale tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, si aggiunge la nascita della psicoanalisi. S. Freud, con la scoperta dell'Inconscio, fornirà una base teoretica fondamentale a cui attingere in questo contesto artistico già pregno di fermenti e trasformazioni.
In un'epoca in cui la rivoluzione industriale crea mutamenti sociali irreversibili, improntati su una visione positivista e scientista, portando in auge concezioni quali il liberismo economico di A. Smith e l'utilitarismo di J.Bentham, e gettando le fondamenta per lo sviluppo del sistema capitalistico moderno, la controtendenza artistica e culturale è invece quella di ricondurre l'uomo e la realtà al proprio nucleo magmatico, arcano e simbolico, lontano dal determinismo e dal materialismo imperanti, per recuperare un senso più profondo e sottile dell'esistenza umana.
Rimbaud individua in C. Baudelaire il “principe del sogno”, il precursore raffinato e arguto di quella “veggenza” irrinunciabile a cui l'artista deve ricorrere per farsi aedo, affabulatore, creatore di significati, significanti e nessi reconditi. E Baudelaire, con la sua strenua e incessante ricerca di una bellezza che non sia solo un ideale assoluto e astratto, ma che si coniughi con la “rugosa realtà” e con la compassione, dona alla poesia una dignità stilistica e formale che non ha eguali, e che tocca l'apoteosi nei “Fleurs du Mal”. Rimbaud si spinge ancora oltre. Per Rimbaud la poesia si intreccia con la vita, è la vita stessa: ecco l'enorme insegnamento che ci offre e ci lascia in eredità questo eccezionale poeta visionario, inquieto, poliedrico e ribelle.
La sua tormentata e irrequieta vita, dalle prime fughe dell'adolescenza, all'esperienza politica nella Comune di Parigi, al rapporto ambivalente e travagliato con P. Verlaine, alle numerose peregrinazioni per l'Europa e l'Oriente, fino all'esodo finale, quello in Africa, che ha più il gusto amaro della rinuncia piuttosto che la trepidazione e la sete di scoperta e conoscenza di un viaggio, dimostra che egli ha sempre tentato di fondere la vita con l'arte, inseguendo spasmodicamente l'essenza ultima delle esperienze umane, e diventandone cantore e vate.
Alcuni grandi movimenti artistici, come ad esempio il Surrealismo, hanno raccolto il messaggio di Rimbaud, ne hanno compreso l'immensa portata e l'hanno ampiamente e sapientemente sviluppato.
Basti pensare a pittori quali S. Dalì, R. Magritte e G. De Chirico, che nelle proprie tele rappresentano il sortilegio ammaliante e sconvolgente di realtà denudate del loro senso abituale e convenzionale, per imprimere agli oggetti e alle interazioni tra di essi significati ben più controversi e affascinanti.
Assistiamo quasi a una rivoluzione copernicana dell'arte: per essere artisti è necessario infrangere tutte le regole, diventare anarchici e rinunciare a “capire”, per affidarsi solo al “sentire”.
Bisogna dunque assaporare la vita, morderne intensamente la polpa, scendere negli inferi dannati e incantati del proprio inconscio, e guardare le cose non con gli occhi della ragione, ma con gli occhi della sensazione pura, accogliendo in sé tutto e il contrario di tutto; farsi creature plasmabili e modellabili, sempre in divenire e in movimento, assorbire l'esistenza, lasciarsi guidare dai sensi, senza però mai annullarsi e perdersi in questa pericolosa e rocambolesca ricerca, perché abbandonarsi alla sensazione, fino al punto di diventare la sensazione stessa, è un rischio mastodontico e incalcolabile, è una corsa cieca e convulsa sul filo di un rasoio, che può condurre alla follia e alla perdita della propria identità. “L'ora nuova è severissima” come Rimbaud stesso afferma in “Une Saison à l'enfer”. Ma ci sono cose che non hanno prezzo.

Chiara Manganelli



VOYELLES

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali!
Un giorno dirò le vostre segrete origini:
A, nero vello sul corpo di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d'umbelle;
I, porpora, rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli d'animali, pace di rughe
Che l'alchimia imprime sulle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
O, l'Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

Arthur Rimbaud

giovedì 24 luglio 2008

L’IMMAGINE DIACRONICA E SINCRONICA COME SEMIOTICA CHE CONFERISCE INTELLIGIBILITA’ AL SOGNO




“Il soggetto del gran sogno della vita
è in un certo senso uno soltanto:
la volontà di vivere”


A. Schopenhauer,
Il mondo come volontà e rappresentazione

Il 30 agosto 2008, presso l'ex Chiesa Anglicana di Alassio (SV), l’atelier “Bottega Indaco” di Torino inaugurerà una mostra collettiva di pittura dal titolo “Il volto come incarnazione del sogno”.
In esposizione, fino al 28 settembre, le opere di C. Palumbo, A. Zakamoto, C. Giraudo, L. Giai Baudissard e L. Bardella.
Ad accompagnare il vernissage una performance teatrale e la proiezione di un video.
La performance e il video sottolineano l’importanza estetica ed esegetica dell’immagine (eidos) - già evidente nelle scelte stilistiche e contenutistiche operate dagli artisti - e ribadiscono la sua funzione formale e comunicativa in relazione all’obiettivo che tale esposizione si prefigge: l’indagine del volto in quanto significante per decifrare gli enigmi del Sogno.
Ma per comprendere fino in fondo il percorso artistico e gnoseologico di questa mostra è necessario distanziarsi dalla credenza comune che concepisce la forma in contrapposizione alla sostanza, relegandola a un rango inferiore rispetto a quest’ultima e caricandola di valenze effimere, dispregiative e denigratorie. Qui diventa indispensabile ribaltare questa concezione travisata e distorta, per ripartire dall’assioma secondo il quale forma e sostanza non sono elementi antitetici e dicotomici, bensì concetti embricati e speculari. La forma dunque non è disgiunta dal suo contenuto, ma è un principio attivo di distinzione dell’essenza, “è la causa per cui un ente possiede una certa proprietà” (Aristotele).
Lo spettatore viene rapito e ammaliato da vortici di immagini che, pur correlandosi in modi differenti con la dimensione spazio-temporale, rimarcano l’enorme potere evocativo ed emotivo racchiuso in esse.
E così ha inizio un viaggio attraverso immagini che intrappolano tra le fibre di una tela giochi cromatici di un tempo soggettivo e ipotetico, per poi percorrere immagini che fissano, attraverso la fotopittura, un tempo reale che diviene irreale e relativo, approdando infine su territori pieni di fascinazione dove il tempo delle immagini è dialogico perché non viene fermato in un punto, ma scorre e fluisce, e in un caso risuona in sincronia con il vissuto dello spettatore nel tempo presente, nell’altro, invece, il tempo è una seduzione diacronica e differita, che lo spettatore, grazie al suo illimitato potere creativo e percettivo, può traslare dal tempo passato al tempo presente, rivivificandolo.
Il video “Il volto, incarnazione del sogno” (formato “dv CAM”, durata 4’), diretto da Luca Motolese e Ciro Palumbo, interpretato da Maria Mancini e musicato da Antonello Aloise, si ispira alla tradizione del cinema muto francese degli anni ’30, in particolare alla prima avanguardia cinematografica che vede in Fernand Léger uno dei suoi massimi esponenti. Questo video è una radiografia che scandaglia i segreti e le emozioni di un volto umano. Attraverso effetti digitali di viraggio del colore, dapprima ci si avvicina al volto osservandolo da diverse prospettive e angolazioni, esplorandone ogni recesso, ogni pertugio, ogni lieve sfumatura emozionale, e successivamente ci si addentra nel Sogno, perlustrandone le sue suggestioni più profonde e ancestrali.
Il video ci conduce dentro un’affascinante e ambivalente doppia mediazione sensoriale. La macchina da presa è un occhio nell’occhio, e crea nello spettatore – che diviene il terzo occhio - un particolare effetto percettivo di “distante vicinanza”, ed è proprio in virtù di questo ossimoro che l’occhio umano, paradossalmente, può arrivare a spingersi in territori dove, senza la mediazione dell’ “occhio tecnologico”, non potrebbe forse mai giungere. La macchina da presa, col suo sguardo quasi voyeuristico, permette di cogliere particolari minuscoli, impercettibili e nascosti, servendosi di un gioco ambiguo, illusorio e sottile di cui spesso ci dimentichiamo: non siamo mai noi che guardiamo ciò che desideriamo e scegliamo di vedere; noi possiamo guardare solo attraverso lo sguardo di chi dirige la macchina da presa, e dunque la realtà che osserviamo non sarà mai né la nostra, né tantomeno la realtà oggettiva, ma la realtà di un altro essere umano. E con questo sguardo dobbiamo identificarci e fonderci, perché solo così ci è concesso di poter vedere.
La performance “S-mascheramento di sprazzi di Sogno”, diretta da Marzia Scarteddu e interpretata da Franca Patrucco, Luisa Dante e Aldo Maggiolo (compagnia teatrale “La Bottega dell’Attore”), con musiche di Antonello Aloise, intende dare risalto, attraverso un intreccio di metamorfosi emozionali, alla versatilità e alla potenza espressiva del volto. E dalla vis delle emozioni si confluisce nell’oceano meraviglioso e turbolento del Sogno.
Come i pupi siciliani si muovono e si dimenano in virtù di fili invisibili manovrati da mani misteriose, così in questo spettacolo sarà uno degli attori a “manovrare” gli altri, fornendo l’incipit alle variazioni interpretative messe in scena. Con questa scelta registica si vuole sottolineare l’elemento relazionale e interpersonale che sottende inevitabilmente ogni emozione umana: il pathos emotivo che il volto incarna e comunica ha il sapore del gioco del “domino”, perché le emozioni, come scintille e riflessi di specchi baluginanti, irradiano da un’anima, penetrano in un’altra e rimbalzano su un’altra ancora, all’infinito. Esse dunque si propagano quasi per osmosi da un essere all’altro, vengono assorbite, inghiottite, indossate, e, infine, relativizzate da ognuno di noi, generando un binomio unico e irripetibile, dove insieme a peculiarità squisitamente individuali e personali coesistono caratteristiche universali che permettono, in ogni contesto storico e culturale, di riconoscere e attribuire un significato univoco e inequivocabile alle loro manifestazioni somatiche.

Chiara Manganelli

mercoledì 16 luglio 2008

TESTO CRITICO DEL CATALOGO DELLA MOSTRA "IL VOLTO INCARNAZIONE DEL SOGNO"

A Luca, Ciro, Claudia, Laura e Luisella

che hanno donato linfa, fuoco e ricchezza ai miei Sogni,
aperto nuove porte alla mia anima e al mio cuore,
e senza i quali non sarebbero mai esistiti
né questo testo, né la persona che l’ha scritto

Con l’augurio che possano sempre avere la forza e la tenacia per dare consistenza e forma ai loro Sogni


“Non si vede bene che con il cuore,
l’essenziale è invisibile agli occhi”

Il Piccolo Principe, A. de Saint-Exupery


UN VIAGGIO
DALL’ILLUSIONE DELLA REALTA’
ALLA REALTA’ DEL SOGNO

Mi aggiro, come profugo in cerca di companatico, tra gli anfratti scivolosi e impervi di un universo ambivalente e cangiante. Sono in viaggio, ma ho perso la bussola. La mia nave è governata da venti veementi e disforici. Il mio mare è in rivolta, sconquassato dalle tempeste, e si aggroviglia su se stesso rimescolando i desideri, confondendo le emozioni e occultando i tesori custoditi dagli abissi. Scorgo – o sogno? - la dolcezza di un’Itaca accogliente abbarbicata tra le luci soffuse dell’orizzonte, ma non distinguo più l’illusione dalla realtà.
Dopo un tempo indefinibile e indefinito approdo su una terra sconosciuta e straniera: un’isola dai profumi di spezie, dalla luminosità intensa e sfolgorante, che culla le pupille tra le sinuosità dei suoi misteri ammalianti e imperscrutabili. E’ la mia agognata Itaca oppure è un territorio ostile e insidioso, abitato da una Circe conturbante e ingannevole?

Inizia così il mio esodo dal mondo materiale delle illusioni alle suggestioni raffinate di queste due mostre che vogliono celebrare il Sogno in tutte le sue sfaccettature e incarnazioni.
S. Freud riteneva che l’artista fosse in grado di attingere ai moti più segreti dell’anima, sublimando i propri desideri reconditi e le proprie pulsioni nascoste. E’ indubbio che la pittura possegga valenze euristiche, esegetiche ed evocative sconfinate. Nessun’altra forma d’arte riesce a mettere in luce in modo altrettanto pregnante e potente il magma incandescente dell’inconscio.
Il Sogno qui viene assurto quasi ad archetipo universale, ed è un mezzo per accedere sia al proprio inconscio individuale, sia a quella dimensione psichica, comune a tutti gli esseri umani, che G. Jung chiamò inconscio collettivo.
La personale di Ciro Palumbo accoglie le risonanze del Sogno e le trasla sulla tela conferendo ad esse molteplici sembianze, mentre l’esposizione collettiva (C. Palumbo, A. Zakamoto, C. Giraudo, L. Giai Baudissard e L. Bardella) esplora il volto umano in quanto elemento ermeneutico per comprendere il Sogno, che ci conduce ad esso attraverso una sorta di processo epagogico denso di caratteristiche metacomunicative.
Il mio è un viaggio emozionale all’interno di questo percorso artistico, che oscilla tra vari ruoli e identità. E’ un bizzarro gioco teatrale di metamorfosi e sdoppiamenti.
E, come un benevolo Caronte, cercherò di traghettare le anime dalla sponda del mondo conosciuto alle rive di universi stupefacenti e seducenti, dal mondo limitato e circoscritto della realtà spuria e immanente al mondo sterminato e sconfinato del Sogno.

Vedo in lontananza viaggiatori intrepidi e impavidi che si inerpicano lungo sentieri incantati e frastagliati. Mi avvicino lentamente a loro, di soppiatto, acquattandomi e nascondendomi in mezzo alla fitta vegetazione, come inspiegabilmente attirata dall’irresistibilità gravitazionale di un magnete. Portano con sé bisacce ricolme di misteri. Il loro bagaglio è leggero, il loro passo sicuro e veloce. Sembra sappiano dove dirigersi.
Li guardo, osservo i loro occhi, che paiono diamanti opalescenti, gocce di densa rugiada che brillano alla luce dell’alba. Il loro sguardo è una sferzata languida che scintilla lungo i cunicoli di un labirinto arcano e sdrucciolevole. Dove vanno quegli uomini e quelle donne? Qual è la loro meta ultima?
Mi guardano e mi sorridono, come se mi aspettassero da sempre. Mi avvicino ancor più, con circospezione e prudenza.
“Vieni con noi” mi sussurrano con voce armoniosa che pare una musica inebriante. Mi prendono per mano e mi portano via.

Con le opere di Ciro Palumbo “entriamo nel Sogno” in modo sconcertante e visionario, percorriamo il fascino di miti e leggende dell’antichità, ci troviamo attorniati da simbolismi, contrasti, parossismi e giochi cromatici che ci ricordano i grandi mostri sacri della Scuola Metafisica e del Surrealismo (G. De Chirico, A. Savinio, R. Magritte, S. Dalì), ma Palumbo reinventa e reinterpreta la tradizione formale di queste due grandi correnti artistiche per approdare a una pittura del tutto personale e originale.
Affondo nelle poliedriche sfumature oniriche che popolano le sue opere, rovisto oltre la superficie per scoprire il significato ultimo che esse intendono esprimere. Mi sento un giullare ramingo, un viandante smanioso, un Orfeo irrequieto che contravviene agli ammonimenti di Plutone e si volta indietro per cercare l’Amore.
Mi perdo tra i suoi palcoscenici gremiti da dei, semidei, eroi e chimere, teatri dove la commedia umana, tra mito, sogno e realtà, si consuma e si perpetra dalla notte dei tempi, sempre uguale ma sempre diversa. Vago come un naufrago tra eterei oceani interiori; incespico come un giullare da avanspettacolo tra frammenti di giochi circensi. Balzo come un funambolo da un’isola all’altra, cercando spasmodicamente salvezza e riparo dalle tempeste dell’anima. E la Bellezza esteriore e interiore è un baluardo inoppugnabile, è il “filo di Arianna” che ci guida lungo i sentieri seducenti di questa peregrinazione incessante.
Spesso ci si fonde con l’oggetto osservato, soprattutto se esso racconta una storia ed evoca emozioni ancestrali impresse nella memoria biologica e psicologica della nostra specie.
Riprendo il mio cammino, avventurandomi alla scoperta di questi ed altri Sogni…

Da un viaggio incerto e confuso, intrapreso per caso, eccomi immersa in un viaggio cosmico, lungo spirali vorticose che trascendono il tempo e lo spazio.
Questi uomini e queste donne, adornati da sogni sgargianti, mi conducono tra le pieghe morbide e voluttuose di sarabande fiammeggianti e respiri infiniti, accesi da colori ruggenti e mondi avvolgenti.
Palpita la mia carne, e il mio sangue pulsa nuovamente di un rosso cremisi che screzia l’anima di vita e passione.

La strada che porta al Sogno, dunque, è lunga, piena di sorprese, folgorazioni e imprevisti. E sul cammino incontro altri arditi cantastorie che aprono le porte dei loro mondi allo spettatore che voglia scoprire i segreti racchiusi nelle loro opere.
Il Sogno si trasforma, si scinde in infinite possibilità, perlustra miriadi di identità e prospettive. E dalle affabulazioni di Palumbo entriamo nel “futurismo” di Akira Zakamoto, che, attraverso impasti cromatici potenti e accesi, annuncia un futuro “in nuce”, che è, sarà ed è già avvenuto, perché nel suo Sogno la linearità del tempo perde di pregnanza e rilevanza, e la convenzionalità spazio-temporale a cui il mondo contingente ci avvezza viene trascesa e superata. Il Sogno, nella pittura di Zakamoto, assume un significato escatologico, e si abbarbica tra gli sfavillanti sguardi vaticinanti di esseri puri e profetici. Bambini avvolti dall’indaco detengono la chiave che apre la via al cambiamento universale e ne preconizzano la realizzazione sospingendo il genere umano verso un’evoluzione naturale e necessaria che ha valenze endogene prima ancora che collettive. I suoi mondi esplodono, si disgregano e si destrutturano non per nichilismo e disfattismo, bensì per seguire e assecondare le correnti di un flusso inesorabile che si tinge di luce e positività. Ogni fine preannuncia sempre un inizio. Questo processo è scevro da scotomizzazioni e separazioni: è una confluenza. Le dicotomie non sono dolorose lacerazioni, ma diversi aspetti di un'unica dimensione olistica e “panica” che contiene e armonizza anche le apparenti contrapposizioni. La deflagrazione del vecchio non intende essere una frattura conflittuale, insanabile e traumatica, ma rappresenta una continuità evolutiva connotata da fiducia e autoconsapevolezza. Come affermava Eraclito, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, perché “panta rei”. Il viaggio di Zakamoto è ascendente, mai discendente, ed è prima di tutto un viaggio spirituale e interiore.

I due uomini e le tre donne si muovono con passo eterico ed evanescente. I loro sogni hanno trame e storie diverse, eppure si intrecciano come un ordito tessuto dalle dita affusolate e sapienti di un dio irriverente e giocoso.
Questi esseri si abbeverano di desideri tenaci e sfrontati, e si sfamano dei loro munifici sogni per regalare al mondo delle forme immanenti cascate di colori caleidoscopici e iridescenti.

E in questo viaggio esorbitante che non ha mai fine, vedo occhi simili ai miei, fieri e limpidi, di lunari creature femminee che dispensano linfa vitale all’arte, perpetrano la propria forza sotterranea e affermano la propria divina e orfica identità.
Le elaborazioni fotografiche di Laura Giai Baudissard ci portano alla radice filogenetica del nostro essere, esprimendo l’anelito a un ricongiungimento con la sacralità della natura intesa come “physis”, forza generatrice e propulsiva che profonde vita, amore, interezza e movimento all’essere umano, elargendo un senso profondo alla sua esistenza. Ma prima ancora di recuperare un contatto con la terra e la natura, l’uomo deve riconnettersi con il proprio inconscio, dunque con la propria natura primordiale. Perché solo ritrovando l’armonia interiore è possibile raggiungere un’armonia con ciò che ci circonda. Giai Baudissard ci comunica che viviamo in un mondo di illusioni sistematiche, endogene ed esogene, che ci sviano costantemente dalla strada che ci dovrebbe riportare a raggiungere noi stessi. Ed è necessario superare il frastuono fragoroso che ogni giorno ci disorienta e ci inganna per tornare a immergerci dentro la nostra essenza autentica, in sintonia con il Tutto.

Questi rabdomanti scavano nei recessi delle loro anime con l’ingenuità lieve di bambini rapiti dall’enfasi di una Bellezza assoluta, che risucchia chiunque la sfiori dentro i suoi maliardi vortici di irruente eternità.
Si specchiano dentro laghi lattiginosi di dolce ambrosia che accarezza i sensi e si espande tra i sentieri scoscesi del piacere. Non si compiacciono della propria bellezza come stolti Narcisi smembrati e trasformati in petali caduchi, bensì cantano, come aedi che oscillino attraverso il tempo e lo spazio, la Bellezza di universi assopiti tra le radure dell’anima umana, e la cecità diviene sguardo sapiente che si spinge oltre le frontiere della consuetudine. La loro voce è il pennello, e volteggiano tra bianche tele su cui riversano mestiche di mistici colori che risuonano come profetiche melopee intonate da vibranti e magnifiche cetre.

Da sinuosi tentacoli d’edera avvoltolati attorno a sguardi scintillanti, sprofondo in nuvole vermiglie che celano un sorriso ammiccante e lucente. La pittura di Claudia Giraudo si snoda lungo palcoscenici calcati dal passo nobile ed elegante di attori senza tempo, avviluppati da broccati preziosi e
monili pregiati. Questi personaggi sono avulsi da qualsiasi contesto storico e spazio-temporale, perché simboleggiano l’inesauribile gamma delle possibili identità dell’essere umano. Essi giocano sulle tele, si trastullano con i colori e gli oggetti, ma Giraudo non intende rappresentare dei guitti sornioni e grotteschi che si burlano di se stessi e degli altri, bensì figure altere e perfette che inventano e plasmano infinite maschere, in quanto individui liberi di essere chiunque pur mantenendo la propria identità ontologica più intima e profonda. Attraverso questo gioco faceto e ironico di seducenti metamorfosi, Giraudo vuole encomiare ed esaltare la bellezza dell’individuo nel momento in cui si spoglia delle sue fattezze e vestigia abituali, esce dalle prigioni dell’immobilità e della prevedibilità, supera gli schemi, le aspettative, lo stigma della categorizzazione che la società e il Super Io gli impongono, per lambire la libertà di essere se stesso fino in fondo. Un Sogno, dunque, che ha il vago sapore di un paradosso, perché, attraverso l’incarnazione di personaggi (maschere) diversi da sé, si realizza la personificazione della propria eterna e assoluta bellezza, ed è proprio in virtù di questo meccanismo che ci si emancipa dalla propria persona (intesa come maschera, secondo l’accezione latina del termine).

Questi cantori, oracolanti acrobati a caccia della magia sinuosa del Sogno, conducono me, spettatore inerme e ignaro, dentro questo viaggio sorprendente, e plasmano i miei occhi come fossero perle indaco di plastilina da reinventare e rimodellare, per forgiare sguardi nuovi e strabilianti.
Un viaggio nel viaggio. Il mio, che si incrocia con il loro. Il loro, che diventa anche il mio. Mi specchio nella mia frammentazione per imprimere respiro alle contorsioni torbide e farraginose dei miei Sogni. E i miei sogni si stagliano sui loro, vi si adagiano e vi si mescolano, rigenerandosi all’infinito. Un gioco di specchi che si riflettono l’uno nell’altro, incessantemente, intrecciando baluginii silenti e sottili, ossimori, paradossi, simboli onirici, frammenti di passato e futuro, in una sarabanda dionisiaca che scuote i nervi e scandaglia le fibre tortuose dell’inconscio.

Luisella Bardella ci conduce sulla soglia di un Sogno intimo e delicato che prefigura qualcosa che ancora non esiste, eppure stanzia già nelle viscere, e forse lì vi si accoccola da sempre: due lembi di una sola anima si ricongiungono nell’atemporalità del Sogno prima ancora che nella realtà fenomenica. Il legame unico e meraviglioso che unisce in modo simbiotico e indissolubile una madre a una figlia diviene una scelta intensa e tenace, che si erge oltre la confusione del caos. Dunque il Sogno annienta la casualità del fato e forgia la realtà perseguendo desideri e aspirazioni personali. Il dolce contrappunto di due anime che si cercano e si fondono, trascendendo il tempo lineare e anticipando la compenetrazione materiale dei corpi, ci fa comprendere che gli eventi del mondo fisico sono il riflesso manifesto di un mondo più sottile e misterioso, e nulla avviene mai per caso, ma ogni cosa, consciamente o inconsciamente, viene scelta da noi. Questo “paradigma” conferisce all’essere umano il ruolo di nocchiere e auriga della propria vita, e, allo stesso tempo, lo cala in una dimensione di responsabilità ineludibile nei confronti di se stesso e degli altri.
Bardella ci porta anche, attraverso le proprie opere, dentro intriganti mondi materici dove la manipolazione della materia diviene catarsi e sperimentazione continua, alimentata da un flusso creativo che permette di esprimersi inventando nuovi e imprevisti tessuti semantici. E le forme consuete e desuete acquistano significati diversi e originali, così come forme sconosciute possono combinarsi e ricombinarsi per essere ricondotte a simboli visivi noti e familiari.

Ogni tanto ci viene concesso il privilegio di uscire dalla caverna platonica in cui siamo imprigionati e intrappolati, e possiamo così percepire non solo ombre cinesi che brulicano su un muro, ma anche la realtà che le genera.
Guardo ancora i volti di questi profetici maieuti, volti trasognanti che generano e partoriscono altri volti sfolgoranti e sfavillanti. E non distinguo più la consistenza della carne viva dall’amalgama di colori impressi su filigrane di cotone. Forse non è possibile compiere questo discernimento. Perché quando l’apogeo del viaggio si avvicina, tra realtà e sogni non esiste più alcuna differenza.

Chiara Manganelli

INTERVISTA CON AKIRA ZAKAMOTO

AKIRA ZAKAMOTO
ONIRICO RABDOMANTE ALLA RICERCA DEL CAMBIAMENTO UNIVERSALE

Akira Zakamoto, al secolo Luca Motolese (http://www.zakamoto.com.), lavora presso l'atelier d'arte “Bottega Indaco” di Torino, di cui ne è il fondatore insieme a Ciro Palumbo.
Le sue opere (oli e acrilici su tele e tessuti) sono popolate da angelici messaggeri che simbolicamente annunciano e innescano un percorso di cambiamento cosmico.
Parteciperà alla mostra collettiva “Il volto, incarnazione del Sogno” (Alassio, 30 agosto - 28 settembre 2008) con alcuni quadri che esprimono il desiderio di rinnovamento e rinascita universale.
Qui di seguito una breve intervista con l'artista.

1. Che cos’è il Sogno?

Il Sogno è una manifestazione dell’universo inconscio. Il Sogno è il futuro, è un avanguardia immateriale, incarna il pianeta che sarà, è l’immagine di un evento che si è già realizzato in un’altra dimensione temporale.

2. Qual è il rapporto tra Sogno e Realtà? E l’arte dove si colloca?

Tra Sogno e Realtà sussiste lo stesso rapporto che c’è tra conscio e inconscio, tra universo fisico e universo metafisico (intendendo il termine “metafisico” secondo l’accezione etimologica).
La pittura porta nella realtà il pensiero metafisico.
Il Sogno è reale, ma appartiene a un livello di realtà diverso da quello contingente e immanente: è generato da una realtà metafisica. Noi ci siamo incarnati per assecondare il flusso del cambiamento e farne esperienza, per modificare la realtà fisica e plasmarla in funzione del nostro obiettivo.

3. Perché il volto può rappresentare il Sogno?

Il volto è una tela su cui si dipingono le emozioni più intime di un essere umano, senza la mediazione della razionalità e della mente conscia, per questo è il terreno ideale da indagare per andare alla scoperta dei sogni.

4. La tua arte che cosa intende rappresentare e comunicare?

I miei quadri simboleggiano una rinascita, rappresentano il cambiamento “in nuce” del genere umano. Per dare risalto a questo messaggio ho usato una metafora eccentrica e singolare: il mio alter ego, Zakamoto, ha appreso da esseri venuti da altri mondi la necessità di una rivoluzione interiore e cosmica. Luca Motolese invece lo ha appreso da se stesso, attraverso percorsi di evoluzione e crescita personale.
Il cambiamento può essere percepito come una catastrofe o come una rinascita. Per me il cambiamento è sempre positivo. Ho fiducia nella vita e ho consapevolezza dell’esistenza di un dio interiore che ci guida verso una costante evoluzione spirituale.
L’arte ha una funzione maieutica e comunicativa. I miei quadri sono un dono, e attraverso di essi io esprimo e do amore. Mi piacerebbe che lo spettatore risuonasse all’unisono con le mie opere, vi entrasse dentro, vi ci specchiasse, e attraverso di esse acquistasse una consapevolezza nuova.
Dunque per me è essenziale diffondere un’idea di cambiamento. Per raggiungere questo obiettivo ho da poco dato vita al progetto “Future flag”, una bandiera dipinta itinerante che vorrei facesse il giro del mondo.

5. Come si coniugano la dimensione estetica e l’esigenza comunicativa?

Il concetto per me è più importante della forma, tuttavia esiste un parallelismo tra estetica e intento comunicativo, e a livello cromatico c’è una relazione simbolica tra i colori e i concetti.
Provengo da una formazione che attinge i propri canali espressivi dal cinema, dalla grafica e dalla comunicazione pubblicitaria, e dunque nei miei quadri mi rifaccio a questi canoni estetici.
Inoltre amo partire dalla scrittura per poi tradurla in immagini.

Chiara Manganelli

IL VOLTO, INCARNAZIONE DEL SOGNO
Mostra di pittura – Esposizione collettiva dell’atelier “Bottega Indaco” di Torino:
Ciro Palumbo – Akira Zakamoto – Luisella Bardella – Claudia Giraudo – Laura Giai Baudissard
Dal 30 agosto al 28 settembre 2008
Ex Chiesa Anglicana, Via Adelasia, 10 – Alassio (SV)
Curatore: Nicola Angerame

Per informazioni:
Bottega Indaco - Via Frassineto, 34 – 10139, Torino - Tel. 347 8143278 - bottegaindaco@tiscali.it - http://www.bottegaindaco.blogspot.com/

Ufficio stampa - nicola.angerame@libero.it

Catalogo in sede, a cura di Nicola Angerame e Chiara Manganel
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INTERVISTA CON CIRO PALUMBO

CIRO PALUMBO
AFFABULATORE DEL SOGNO
AEDO DELL’INCONSCIO

Ciro Palumbo (http://www.palumbociro.it ) lavora presso l'atelier d'arte “Bottega Indaco” di Torino, di cui ne è il fondatore insieme ad Akira Zakamoto.
Le sue opere, che attingono al bagaglio della Scuola Metafisica, rappresentano mondi surreali dove il Sogno pervade e abbraccia ogni cosa.
Parteciperà alla mostra collettiva “Il volto, incarnazione del Sogno” (Alassio, 30 agosto - 28 settembre 2008) e presenterà la propria personale “Entriamo nel Sogno” presso la galleria “Arte è Kaos” (Alassio, 6 settembre - 28 settembre 2008). Dal volto come emblema del Sogno, Palumbo ci porterà a esplorare universi ammalianti e visionari, permeati da fantasmagoriche simbologie oniriche.
Qui di seguito una breve intervista con l'artista.

1. Che cos’è il Sogno?

Il Sogno è un viaggio lungo i sentieri del desiderio, che non conosce menzogna. E’ una realizzazione che restituisce un senso a se stessi partendo dalla sfera delle aspirazioni e dei bisogni, per poi elevarsi e nobilitarsi, diventando spiritualità.
I sogni nascono dalla mia vita quotidiana e dal mio inconscio, tracciano una linea immaginaria che corre parallela al binario della realtà. Ma realtà e Sogno a un certo punto del loro cammino si incontrano e divengono un’unica entità, poi si separano nuovamente, nuovamente si ricongiungono, e così via. Questo processo non deve esaurirsi mai: bisogna avere sempre dei sogni da realizzare, verso cui tendere.

2. Qual è il rapporto tra Sogno e Realtà?

Il rapporto tra Sogno e realtà è un rapporto naturale: sono l’uno la continuazione dell’altra, e rappresentano aspetti diversi della stessa dimensione.

3. Perché il volto può rappresentare il Sogno?

Perlustrare un volto significa aprire una finestra che si affaccia sull’intimità di un individuo. E’ interessante riuscire ad andare al di là delle maschere che le persone indossano per svelare la consistenza segreta dei sogni.
L’anima e il corpo sono amanti, e dal loro amplesso si genera il Sogno. Quando il Sogno diventa realtà, essi finalmente collimano nella libertà dell’amore e della vita piena.

4. La tua arte che cosa intende rappresentare e comunicare?

Dipingendo io sogno, e sognando trasformo i colori in emozioni. Mi sento un cantastorie, un aedo. Vado a caccia di atmosfere, luoghi, suggestioni e personaggi.
Nella mia pittura faccio uso di antitesi e contrasti, e di riferimenti simbolici attinti ai canoni estetici dell’antica Grecia, perché quell’ideale estetico incarna non solo una bellezza esteriore ma anche interiore, di perfezione e purezza. E intendo raccogliere le testimonianze del nostro passato perché noi possiamo capire il nostro presente solo se ci voltiamo a guardare l’esperienza di chi ci ha preceduto, assorbendone gli insegnamenti.
Amo rappresentare i miti classici per comunicare positività, bellezza e valori universali, e per raccontare il viaggio seducente e sorprendente dell’esistenza umana.
L’arte per me è un bisogno, è catarsi, ma attraverso la pittura voglio anche comunicare dei messaggi e delle emozioni.


Chiara Manganelli

IL VOLTO, INCARNAZIONE DEL SOGNO
Mostra di pittura – Esposizione collettiva dell’atelier “Bottega Indaco” di Torino:
Ciro Palumbo – Akira Zakamoto – Luisella Bardella – Claudia Giraudo – Laura Giai Baudissard
Dal 30 agosto al 28 settembre 2008
Ex Chiesa Anglicana, Via Adelasia, 10 – Alassio (SV)
Curatore: Nicola Angerame

Per informazioni:
Bottega Indaco - Via Frassineto, 34 – 10139, Torino - Tel. 347 8143278 - bottegaindaco@tiscali.it - http://www.bottegaindaco.blogspot.com/

Ufficio stampa - nicola.angerame@libero.it

Catalogo in sede, a cura di Nicola Angerame e Chiara Manganelli

INTERVISTA CON LUISELLA BARDELLA

LUISELLA BARDELLA
LA MANIPOLAZIONE DELLA MATERIA COME ISTINTO CREATIVO

Luisella Bardella lavora presso l'atelier d'arte “Bottega Indaco” di Torino.
La sua ricerca artistica tende a plasmare reinterpretare la materia per dare forma e consistenza alla spinta onirica.
Parteciperà alla mostra collettiva “Il volto, incarnazione del Sogno” (Alassio, 30 agosto - 28 settembre 2008) con alcune opere che esprimono l’esigenza di trascendere la convenzionalità giocando con lo spazio, il tempo e i colori, per andare alla ricerca di desideri e speranze.
Qui di seguito una breve intervista con l'artista.

1. Che cos’è il Sogno?

Il Sogno è progettualità, è la speranza di poter trasformare la Realtà per diventare attori protagonisti della propria vita, scrivendone in prima persona la sceneggiatura. Ci vuole impegno, fede e coraggio per realizzare i propri sogni, e ciò presuppone una profonda conoscenza di se stessi e dei propri desideri.

2. Qual è la relazione che sussiste tra Sogno e pittura?

La pittura traduce i sogni in realtà attraverso l’enorme forza immaginifica ed evocativa che l’artista è in grado di imprimerle. Essa è una chiave che apre orizzonti nuovi, che svela i segreti celati dietro il sipario della convenzionalità e della banalità, permettendo di andare al di là della superficie delle cose.

3. Che cos’è per te l’arte? E che cosa intende rappresentare e comunicare?

L’arte per me è un istinto creativo, un’urgenza, un bisogno. Mi piace giocare con la materia, plasmarla e trasformarla. Per me i colori e la materia sono mezzi di sperimentazione per capirmi e conoscermi. Dunque faccio arte principalmente per me stessa. L’arte per me non è una missione.
Però mi piacerebbe che gli spettatori, guardando le mie opere, scoprano aspetti inconsueti della realtà in cui sono immersi. Il mio intento è quello di fornire una chiave di lettura diversa di una stessa realtà, per forgiare nuovi significati e nuove strade. La pittura dovrebbe essere un mezzo per scorgere ciò che già esiste, ma che solitamente non vediamo perché non riusciamo a spostare il nostro punto di vista, e ci fossilizziamo così su prospettive usuali, trite e canoniche.

Chiara Manganelli


IL VOLTO, INCARNAZIONE DEL SOGNO
Mostra di pittura – Esposizione collettiva dell’atelier “Bottega Indaco” di Torino:
Ciro Palumbo – Akira Zakamoto – Luisella Bardella – Claudia Giraudo – Laura Giai Baudissard
Dal 30 agosto al 28 settembre 2008
Ex Chiesa Anglicana, Via Adelasia, 10 – Alassio (SV)
Curatore: Nicola Angerame

Per informazioni:
Bottega Indaco - Via Frassineto, 34 – 10139, Torino - Tel. 347 8143278 - bottegaindaco@tiscali.it - http://www.bottegaindaco.blogspot.com/

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Catalogo in sede, a cura di Nicola Angerame e Chiara Manganelli

INTERVISTA CON CLAUDIA GIRAUDO

CLAUDIA GIRAUDO
IL GIOCO DI TUTTI GLI “IO” POSSIBILI

Claudia Giraudo lavora presso l'atelier d'arte “Bottega Indaco” di Torino.
La sua ricerca artistica tende a decontestualizzare l’individuo al fine di arricchirlo, nobilitarlo e conferirgli una dimensione di giocosa ed elegante atemporalità.
Parteciperà alla mostra collettiva “Il volto, incarnazione del Sogno” (Alassio, 30 agosto - 28 settembre 2008) con alcuni quadri che esprimono il desiderio di rappresentare il sogno della teatralità per il gusto di uscire da se stessi ed entrare in altre dimensioni possibili.
Qui di seguito una breve intervista con l'artista.

1. Che cos’è il Sogno e che origini ha?

Il Sogno è un’esperienza alchemica atemporale che nasce dai nostri desideri e dai nostri bisogni, e che permette a un individuo di poter esprimere pienamente se stesso. E’ una spinta verso il cambiamento e la trasformazione della Realtà, per sperimentare una condizione in cui tutto è possibile. Il Sogno esprime l’intimità di un essere umano, perché ogni Sogno è unico e irripetibile. E’ un percorso eterico che si materializza attraverso i sensi per diventare tangibile.

2. Qual è il rapporto tra Sogno e Realtà? E l’arte, in questo binomio, dove si colloca?

Sogno e Realtà viaggiano su due piani paralleli che tendono a intersecarsi a un certo punto del loro cammino. Il Sogno si colloca su un piano astratto, la Realtà invece su un piano materiale, e noi viviamo tra queste due dimensioni, altalenando incessantemente da una all’altra.
La pittura consente, attraverso la manipolazione della materia e l’esperienza sensoriale, di trasformare il Sogno dell’artista in Realtà, secondo la forma che egli ha scelto di conferirgli, per poi ritornare, in virtù di uno spettatore che lo assorbe e lo trasforma, nuovamente astrazione.

3. Perché il volto può rappresentare il Sogno?

Ogni particella del nostro corpo parla, ma il volto più di tutto: racchiude ogni sfumatura della vasta gamma delle emozioni umane, incarna tutti e cinque i sensi e, secondo la fisiognomica, può anche rivelare determinate peculiarità caratteriali. Dunque esso è il mezzo più efficace per capire e carpire i sogni e l’intimità degli esseri umani.

4. La tua arte che cosa intende rappresentare e comunicare?

Io desidero dare agli altri la possibilità di vivere il loro Sogno attraverso il mio. E’ proprio grazie a questo processo che il Sogno diviene libertà incondizionata e comunicazione universale: ogni Sogno ne genera un altro, all’infinito. Mi piace pensare che ciò che sogno si possa materializzare attraverso il mio corpo e diventare un’immagine che lo spettatore può vedere e comprendere. E non mi infastidisce, anzi, mi affascina, l’idea che il mio Sogno possa essere interpretato secondo innumerevoli e imprevedibili combinazioni, creando spunti e stimoli nuovi.
La mia pittura vuole rappresentare dei personaggi, dei teatranti, che trascendono la dimensione spazio-temporale per diventare figure simboliche che rispecchiano tutti gli “Io” possibili che albergano dentro di noi. Attraverso il travestimento l’identità cangia e gioca a scoprire le proprie infinite possibilità. E grazie a queste metamorfosi il nostro spirito si evolve, cresce e si espande.

Chiara Manganelli

IL VOLTO, INCARNAZIONE DEL SOGNO
Mostra di pittura – Esposizione collettiva dell’atelier “Bottega Indaco” di Torino:
Ciro Palumbo – Akira Zakamoto – Luisella Bardella – Claudia Giraudo – Laura Giai Baudissard
Dal 30 agosto al 28 settembre 2008
Ex Chiesa Anglicana, Via Adelasia, 10 – Alassio (SV)
Curatore: Nicola Angerame

Per informazioni:
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Catalogo in sede, a cura di Nicola Angerame e Chiara Mang
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INTERVISTA CON LAURA GIAI BAUDISSARD

LAURA GIAI BAUDISSARD
IL VOLTO DELLA FUSIONE PRIMORDIALE CON IL TUTTO

Laura Giai Baudissard lavora presso l'atelier d'arte “Bottega Indaco” di Torino.
La sua indagine artistica intreccia varie forme espressive: la fotografia, la pittura e le tecniche digitali.
Parteciperà alla mostra collettiva “Il volto, incarnazione del Sogno” (Alassio, 30 agosto - 28 settembre 2008) con alcune elaborazioni fotografiche che esprimono il desiderio di fusione tra l'uomo e la natura.
Qui di seguito una breve intervista con l'artista.


1. Qual è, secondo te, il rapporto tra Sogno e Realtà? E l’arte, in questo binomio, dove si colloca?

Secondo me tra Sogno e Realtà c’è una differenza di dimensioni e di livelli di percezione e consapevolezza. Il Sogno si colloca in una dimensione più profonda e intima, mentre la Realtà appartiene a un piano più manifesto e superficiale. Attraverso il Sogno noi riusciamo a contattare parti di noi stessi che appartengono all’Inconscio. Sogno e Realtà sono dunque due dimensioni parallele, che però possono incontrarsi e contaminarsi.
L’arte si colloca su una terza dimensione, su un piano intermedio e rappresenta il punto di intersezione tra Sogno e Realtà, perché nell’arte si riesce a sperimentare e coniugare entrambe queste dimensioni. E’ proprio attraverso l’Arte, infatti, che riusciamo a proiettare nel reale i nostri sogni, rendendoli intelligibili e manifesti. L’espressione artistica è dunque un mezzo per comunicare al mondo esterno il nostro mondo interno.

2. Esistono, secondo te, dei canoni e dei paradigmi universali che possano definire il Sogno in rapporto alla Realtà, oppure questi due concetti hanno radici esclusivamente soggettive e contestualizzate?

Sono portata a credere che esistano delle componenti di universalità. Penso questo perché ho fatto esperienza, attraverso percorsi come la meditazione, di verità e gradi di coscienza che hanno a che fare, secondo me, con una dimensione che trascende la relatività e si colloca su un livello universale e assoluto.
Ma credo anche che la soggettività conti moltissimo: ognuno ha una propria percezione della realtà e ad essa dà una propria interpretazione, così come ognuno ha i propri sogni.

3. Il Sogno, secondo te, ha genesi endogene, esogene o entrambe?

Entrambe. Il Sogno è il risultato dell’interazione tra il bagaglio personale di una persona e il mondo esterno, e questa interazione dà vita a un mondo unico e nuovo.

4. Che cos’è PER TE il Sogno?

Il Sogno può essere inteso in senso classico e letterale come manifestazione mentale di immagini durante il sonno, o come aspirazione e desiderio. Ma per me è qualcosa di più sottile: penso sia una proiezione del tempo passato o futuro sul presente, e dunque una specie di alterazione della realtà, perché quando sogniamo non siamo mai totalmente nel tempo presente.

5. La tua arte quali universi onirici intende rappresentare?

Le mie opere vogliono comunicare il tentativo di ricontattare il proprio mondo inconscio per ritrovare un’armonia interiore, e, di conseguenza, anche un’armonia con ciò che ci circonda, in particolar modo con la natura e con la terra, che ci genera e ci alimenta. Le mie opere rappresentano dunque l’anelito a una fusione primordiale con il Tutto, che parte da se stessi per espandersi verso l’esterno.

6. Perché il volto può rappresentare la fenomenologia e l’essenza del Sogno? E in che modo lo rappresenta, attraverso quali simboli e quali archetipi universali?

Il volto è una mappa che ci permette di comprendere gli altri. Attraverso la vista, che è il senso che usiamo di più, noi possiamo riconoscere, attraverso il volto, una persona, la sua identità unica e irripetibile, e possiamo anche percepire parte del suo mondo interiore, e dunque anche i suoi sogni. E certe espressioni facciali sono universali: sono il corrispettivo inequivocabile di certe caratteristiche dell’universo intimo di un essere umano.

7. Che rapporto esiste, secondo te, tra l’anima e il corpo?

Sono la medesima cosa, ma su piani energetici diversi. Il corpo si plasma e si modifica a seconda degli stati d’animo; è uno specchio che riflette le emozioni.

8. Quali emozioni vorresti che la tua arte suscitasse negli spettatori che ne fruiscono? Quali i messaggi che vorresti comunicare?


Vorrei suscitare, con le mie opere, emozioni che permettano alle persone che ne fruiscono di ricontattare parti di sé, per raggiungere un maggior livello di consapevolezza e armonia. E vorrei riuscire a comunicare allo spettatore le stesse sensazioni che sento io, creando così una sorta di risonanza ed empatia che connetta me agli altri.

Chiara Manganelli


Per informazioni:
Bottega Indaco - Via Frassineto, 34 – 10139, Torino - Tel. 347 8143278 - bottegaindaco@tiscali.it - http://www.bottegaindaco.blogspot.com/

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Catalogo in sede, a cura di Nicola Angerame e Chiara Manganelli

giovedì 22 maggio 2008

BOTTEGA INDACO, L'OFFICINA DEI SOGNI




Nel mare, cielo inverso, una lampara.

Un baluginio flebile, uno sprazzo silenzioso. E poi una pioggia di stelle che inonda le pupille. Le palpebre, pesanti sipari polverosi, si sollevano come drappi leggeri di piume d’albatro, e mettono a nudo il mio sguardo. E nello sguardo, milioni di amplessi si consumano: una vertigine di vermiglio che penetra in un oceano di cobalto, un sole giallo che affonda le sue labbra in un cielo indaco, una brezza d’argento che si posa sul candore di una rugiada bianca come nettare di fico. Una danza folgorante che profuma di spezie. Passi leggeri di musiche iniziatiche. Vortici voluttuosi e sensuali, che fanno vibrare i nervi.

Una nuvola mi avvolge. L’aria diventa pulviscolo denso e lattiginoso, e i miei pensieri si infilano dentro i pertugi di un muro, come ramarri atterriti. E divento sensazione pura. La razionalità è bandita da questa metamorfosi.

Orfeo mi ammalia con la sua poesia fantasmagorica, e io, come Euridice, lo seguo, tento di risalire dagli inferi di un mondo plumbeo, senza luce e colori.

Non voltarti, Orfeo, non voltarti mai! Perché l’Amore a volte ha passi lievi, di velluto; è silenzioso e suadente, come la notte, e devi fidarti della sua presenza, perché la paura lo fa riprecipitare nell’Ade, in quel gorgo nero da cui l’avevi strappato.

Canta, scrivi, suona, dipingi, declama.

Ama, ama te stesso, come un Narciso insolente. Corteggia e conquista la dea Bellezza, falla tua, possiedila, spogliala, ghermisci i suoi segreti ancestrali.

Plasmala, trasformarla, mordine la polpa dolce e succosa, fino al nocciolo. E da uno scampolo di Bellezza, tessi altra Bellezza, fino a che il mondo non ne sia satollo.

Vedo un unicorno dagli occhi smeraldini che galoppa in mezzo alle onde, e dallo sciabordio irrequieto del mare, emergono, come isole luminose e abbacinanti, diamanti iridescenti e incandescenti, che brillano alla luce della Luna.

Gli dei dell’Olimpo fluttuano tra la schiuma e la salsedine, e addolciscono e rapiscono la mia anima con affabulazioni stupefacenti. Mi abbandono, mi lascio cullare, mi trastullo tra le braccia avvolgenti del Sogno.

Il sorriso disarmante di un bambino mi prende per mano e mi porta via, dentro universi lontani, eppure vicini. Percorro cerchi concentrici, mi restringo, mi dilato, esco da me, entro in una dimensione in un cui tutto è etereo, infinito, diafano, senza tempo e senza spazio. E ogni cosa acquista senso. Non ho più bisogno di parole, né di maschere, né di pelle, involucri fragili e tenui, che proteggano e difendano la mia anima. Vita pura che palpita, in empatia con il Tutto.


Chiara Manganelli

EMIGRARE

Ombre che passano tremanti e furtive.

Ombre fredde di tramontana.
Luci sul filo dell'incertezza.
Vortici danzanti di sogni ruggenti, densi e deliranti.
Fiele che si mescola all'ambrosia

e scioglie i suoi grumi

nel ricordo vago e struggente

di un'amarezza voluttuosa.
In gola spilli di dolcezza pungono i respiri.
Sulle labbra convulse

la titubanza si mischia all'audacia

e sputa le spine
di una follia asettica, asciutta e programmata.
L'orizzonte non è altro che un travolgente amplesso tra il cielo e il mare,
dove si staglia la forma imprudente e seducente di un tempo confuso,
emblematico e visionario.
E mi fermo sull'orlo frastagliato della battigia a farmi inghiottire

dalle tempeste gorgheggianti di oceani neri e rabbiosi.

Davanti a me

colori, odori, tuoni, suoni e uragani che ancora non conosco.
Gira, vira, beccheggia ed esplode l'alba,

avvolge i nervi schiacciati e contorti

tra le sue cosce rosa e maliarde.
Evapora la paura,

si dipanano i grovigli di un dolore sordo e ostinato.
Andare.

Ma senza fuggire.
Coltello tra le mani per aprire i gusci dei sorrisi

e recidere le lacrime.
Gustoso stupore e fantasia

da masticare come companatico.
Andare,

per seppellire fantasmi torvi e meschini,

gonfi di sofferenza e scherno.
Andare,

per afferrare e carpire un senso,

strapparlo dalla caparbietà ottusa dell'immobilità,

cercarlo tra volti consumati dal sole,

tra brecce di nostalgia,

tra venti ancestrali,

tra dedali scoscesi.
Scavare, mordere fino a divorare lo scheletro dell'aria e del mare,

e vomitare ogni spregevole riluttanza,

ogni scalpitante e ignorante timore.
Grattare fino a far sanguinare le unghie,

fino a sparpagliare i pensieri tra i ciottoli profumati di sale e vita,

tra le onde vibranti e inquiete.
Lontano da queste nebbie spesse e sterili.
Lontano da questo ghetto di cemento gretto e spento.

Chiara Manganelli

AMBIVALENZE


Lubrichi e laidi palindromi di lacerante ambivalenza si stagliano sulle imprudenze impudenti della notte, e io, rozzo batrace camaleontico, disegno disforiche vertigini torve e tumescenti che vomitano rocambolesce riluttanze.

Ma la renitenza si fa a tratti penitente, remissiva e pavida, e l'anima gongola attraverso osceni buchi spalancati su orizzonti di insopportabile e insolente debolezza.
Debordo oro sporco e contaminato, trasudo lapislazzuli grevi e informi che si ergono ad angeli custodi dei miei occhi sparuti e spenti. Le mie labbra, serrate in morse di ghiaccio, diafane e disfasiche, suggellano tracotanti disfatte e abiurano l'abominio di qualsiasi resurrezione.
L'ablazione dei sentimenti è processo inevitabile in questa prigione sulfurea. L'abulia diviene amara e amata compagna di giornate divorate da ripetitività soffocanti e stremanti.
La distruttività, irrinunciabile e infame baluardo di incanti e inganni, si insinua scaltra e arguta nelle vene, con stratagemmi subdoli e terrificanti, millantandosi odiosamente e mistificando dannazioni per estatiche passioni.
Il malsano baratto si fa ignobilmente e spudoratamente saccente e tronfio.
Ghigni affilati, intagliati su muri di pianto policromo, riempiono e assordano le orecchie, e la carne è schiava di questi giochi perversi che trascinano nervi e anima in abissi profondi come gole sataniche.
Mi adagio su sogni color cremisi, su melopee che sovrappongono follie oniriche a ferite aperte da pestilenziali lontananze, e masticando mesticanze di desideri metamorfici e imprecisi, sprofondo dentro impasti e miscellanee di ombre dionisiache e paradisiache, precipitate erroneamente
negli anfratti della mia disfatta. Mi ripeto ossessivamente: " non credere e non cedere ai fantasmi della speranza". Ma si sa: la schizofrenia del cuore schizza fuori dai seminati della ragione e macchia il mondo con stolte pennelate di disperata abnegazione.
Mi addentro per sentieri impervi e ogni tanto mi siedo su montagne calcaree.
Guardo l'orizzonte fiammeggiante e scorgo aquile inquiete che roteano su cieli venati di alabastro. Mi urlano di seguirle per vie adamantine e nitide, ma io, caparbia come una roccia ridicolmente vetusta, resto seduta, crocifissa alla mia seducente solitudine. Una Venere lasciva mi porge arazzi
tessuti di trame mutevoli su cui scricchiolano ossa stanche e volubili, memori di vanesie e vili vanità. L'ordito e' cedevole, e tra molli, capziose e caritatevoli insidie mi accoccolo come bambina spersa e spaesata.
Qui ritrovo ritrosie ritorte su ricordi aciduli che avanzano a ritroso, e mi immergo in orfiche e macabre danze di piacevole sofferenza. Ed ecco giungere un miope Narciso, prodigo di muschi vischiosi e rancidi. Ride come un satiro satanasso e marpione mentre mi invita a rifugiarmi in antri d'ostracismo disperato e desolato. Io mi specchio nelle deformità dolorose di passati e
presenti ruvidi e impertinenti come gli occhi di un elfo seduttore e traditore, ma gli alambicchi chimerici e nefandi di queste sabbie tempestose e nostalgiche divengono il mio sangue, la mia pelle, il mio corpo.
Diplopie marmoree ormai hanno violentato le mie pupille, e il doppio
scivola in me e stilla dai pori lussuriosi dei miei umori incomprensibili.

Chiara Manganelli

METAMORFOSI

Tristezza e rabbia.

Mani imprecise, dita di ghiaccio, che trasformano ogni dolce delizia in fiele. L’amaro è struggente, intenso, insopportabile. Si espande come una macchia infestante attraverso gli odori e i gusti. Tutto si adultera, si sciupa. Il sapore diviene lama rovente che brucia la lingua, che squarcia la sensualità e il piacere. Nessun colore, nessun calore. Quella odiosa tristezza sale come schiuma da un mare plumbeo e torvo, si mescola ai cibi e li condisce con il suo veleno.

Se cospargo di dolore coloro che si cibano delle mie emozioni, quel dolore sordo mi rimbalzerà indietro, come una nemesi, ed esso mi schiaccerà, mi imprigionerà in una cella buia e fredda, da cui sarà impossibile fuggire. Ciò che do mi torna indietro, è un’equazione elementare, quasi banale. E’ il gioco dello specchio. Ma lo specchio spesso si deforma, si trasforma, si riempie di simboli arcani e misteriosi.

E allora vado a cercare l’amore, sepolto sotto la cenere, nascosto tra gli anfratti della mia mente, accoccolato sulle mie labbra, in attesa di essere spolverato e accarezzato. Lo prendo, lo ricompongo, lo accendo. Gioco col tempo, sovvertendo le convenzioni e le convinzioni. E quell’amore diventa una marmellata rossa e sensuale, che sporca le labbra e le dita di prelibata lussuria. Dolcezza che si sprigiona in un boato improvviso, che scoppia, esplode, in un tripudio di estasi infuocate.

E le mani toccano, esplorano e sfiorano la materia, la plasmano e la trasformano, in una giostra di piacere infinito, dove ogni briciola è un tesoro prezioso, ogni ingrediente meraviglia da sperimentare, per regalare a qualcuno tutto quel piacere vibrante e cangiante.

Chiara Manganelli

martedì 20 maggio 2008

UN PORTO

Un porto, un attracco.

Miraggio sognato nelle notti inquiete e burrascose, tra le pioggie dell'oceano in tempesta, tra i sibili sinistri delle bufere, tra la stoffa pesante delle vele, lacerate dal vento di tramontana, impregnate di sale e schiuma.

Fata morgana che appare tra il tremore dell’albero maestro e lo scricchiolio della chiglia.

Fermarsi, per riposare le membra, per rifoccillare il cuore. Fermarsi a calpestare la terra ferma, a lambire il cielo, senza più dover contare le nuvole, senza più dover fuggire da qualcosa di oscuro che corre più veloce di noi, senza più dover inseguire l'orizzonte che seduce e inganna, senza più doversi piegare agli umori di un mare iroso e capriccioso, che tanto dà e tanto toglie.

Ulisse invecchia, giorno per giorno, e sogna ancora la sua Itaca, illusione e incanto di deliri onirici, vago e mesto ricordo ormai confuso e sbiadito come un disegno su un sasso consumato dalla sfrontatezza delle onde. Sogna e intanto prosegue il suo cammino, la sua odissea, tra torvi ciclopi e ammalianti sirene. E questa eterna ambivalenza, tra andare e restare, tra odiare e amare, spezza le vene e toglie il respiro. Ma questo è la vita. Perchè è dalle polarità contrarie che si genera l'esistenza, e senza il buio non esisterebbe nessuna luce.

Antitesi continue e stremanti, altalene che danzano in quest'aria ambigua, carica di odori, colori e dolori.

E a ciò mi piego, smetto di pormi domande e di cercare risposte. Smetto di torturarmi e trastullarmi tra gli aculei affilati della mente, che svia e confonde, che travia e logora.

Stanca e prostra questo viaggio perenne, senza fine, senza scali, senza meta, senza condoni, senza più occhi da toccare, senza più braccia da stringere e respiri da origliare, nella dolcezza senza fine del silenzio.

Un fuoco divampa ancora nel fondo di uno sguardo sperso e irrequieto, ma si spegne giorno per giorno, perchè la nostalgia è come un tarlo, che si insinua nel cervello e nel cuore, scava piano ma inesorabile, e arriva a divorare anche le ossa.

Un'àncora si aggroviglia fra le viscere degli abissi, spostando frantumi di azzurro. Finalmente un lembo di terra. Finalmente uno scorcio di calore, un sentiero abbarbicato tra il profumo dei pini e il giallo dei limoni.

Un faro, uno spiraglio abbacinante, che illumina il nero della notte.

Ma l'àncora è di cartapesta, e si scioglie come rugiada al sole, e la luce un singulto evanescente, che si infrange come una goccia di cristallo schiacciata da dita maldestre.

Il buio ritorna ad avvolgere i pensieri. E un carro nel cielo non basta a fuggire via.

Non basta la forza che affonda le radici nella Vita, perchè quelle radici ormai sono sfibrate e sfilacciate, consunte da delusioni, sconfitte, tradimenti, sofferenze. Perchè la forza si è spenta, si è trasformata in fragilità diafana e opaca. Troppa melma ha adulterato la vividezza del fuoco.

E allora quale Itaca, quale Penelope, potranno ancora tornare o arrivare, se Ulisse deciderà di capitolare?

Quante vite possiede l’araba fenice?


Chiara Manganelli

INEDIA

Ogni giorno il sole, orologio molle trasudante perversione, scandisce e centellina le meticolose e ossessive torture. Ogni cosa al suo posto, con estrema dovizia. Riti, milioni di riti assurdi, senza i quali perdo il senso dell'esistenza.

Corro trafelata e madida di sudore verso chimere di ghiaccio che mi guardano sardoniche, con addosso una camicia di forza che mi opprime il cuore. Ho dimenticato la sensualità. Ho dimenticato la mia femminilità. Uccise, spinte nell'oblio: è un fio da pagare, non c'è scelta.

Gli occhi dei fantasmi del passato, torvi e lividi, mi circuiscono sospingendomi dentro il buio di spirali di follia e baratri di nullità. Ma io sono più forte, ne sono sicura: li acceco e li anniento. E così perpetro la mia disgregazione. Ma che importa? In fondo è solo un corpo, ed io ho il potere di prostrare questa carne pretenziosa e capricciosa. Non esistono bisogni imprescindibili, esiste solo una mente che DEVE esercitare il suo controllo superbo e austero.

Ancora specchi che mi deformano. Assassinerò queste membra odiose per salvare la mia anima. O mi ammazzo o muoio. A che cosa rinuncerò? Cedere è un ludibrio inaccettabile. Questa prigione ascetica e asettica mi tiene in piedi. Se mi libero rischio di spappolarmi come un frutto troppo maturo.

Ho paura, sento che il filo che tiene uniti anima e corpo si assottiglia sempre più e si consuma. Ormai si sta lacerando. Mi vedo sempre più lontana, piccola, imperfetta, frammentata e frantumata. I miei pezzi roteano in aria come petardi impazziti e si immergono autocompiaciuti in un liquame melenso che pare ambrosia. Ma è fiele.

"Eppure io sono forte" - mi ripeto - appesa al cappio sfilacciato del mio delirio di onnipotenza. Riesco dove gli altri falliscono. La debolezza è una terra straniera e selvatica su cui mai approderò. La privazione è la mia àncora di salvezza, la musa che mi dona esaltazione e mi salva dal naufragio.

I miei occhi sono iniettati di cemento liquido che pietrifica la luce. Nelle mie mani stringo cristalli di sale pungenti come aculei, e con essi trafiggo le mie passioni e i miei istinti.

Pezzi, miriadi di pezzi ignobili e inutili: cosce, seni, natiche, pelle, braccia, ventre, vagina, labbra. Da mordere, mortificare, martoriare, dilaniare, squartare, sconquassare.

E il mio sangue è nutrimento prelibato per quei vampiri sepolti nel passato. Le fiere nascoste nei cammini di ieri si abbeverano delle mie ferite con ingordigia e voluttà, supplicandomi a mani giunte, con disgustosa ipocrisia, di fermare questa giostra InFame. Affondano i denti beffardi e struggenti nel mio sesso, nelle mie vene, nel mio cervello. Arriveranno a succhiarmi anche le ossa.

Sono l'ombra di me stessa. E questa è la loro punizione, la loro nemesi, la mia vendetta.

Il dolore è la mia moneta, il mio riscatto. Non vedo altre strade: sono paralizzata dalla cecità.

Il senso di colpa agguanta il mio cuore: forse non lo meritano. Ho addosso il marchio indelebile dell'ingratitudine, che fedifraga!

Ma forse nemmeno io meritavo tanta sofferenza.

Il mio sguardo si è trasformato in un deserto. Il mio tempo si squaglia e si scioglie, i miei cassetti sono stati aperti e depredati, e lembi del mio essere vagano qua e là, sorretti da stampelle barcollanti e instabili.

Questo apparente benessere è acqua putrida che scivola tra cascate di illusioni caduche e inganni ignobili.

Controllo, controllo, controllo. Misurare tutto, programmare ogni respiro, ogni movimento, ogni mutamento, ogni umore. Stremarsi di fatica e rinunce: ecco l'allucinante gioco sottile che tiene in vita il mio volto anemico, il mio ologramma.

Devo essere una macchina, precisa fino allo sfinimento. Ogni cellula deve essere conservata in atmosfera controllata. Sono un esperimento criminale e plumbeo.

Alla gogna ogni invasione! Buttare via il più possibile e fare entrare il meno possibile: questa è la mia legge InFame. L'introiezione mi distrugge, mi fa implodere ed esplodere come un palloncino gonfiato oltre il limite immaginato e consentito. Mi nausea questo corpo che incalza e chiede: devo eliminare la sua altera e arrogante saccenza…

Ma esso ogni tanto ha la temerarietà di vincere qualche battaglia, eludendo l'esercito inoppugnabile e terrificante stagliato a difesa delle scorribande barbariche: allora è la fine. Da fedele complice della mia visionaria schizofrenia diviene mostro ingrato e traditore. A questo punto entra in scena il prologo sommesso e maledetto di un efferato stillicidio. La mano di Edipo colpisce e uccide il suo stesso sangue.

Osa chiedere e ancora chiedere, ingordo, insaziabile, laido, obbrobrioso. Ed io perdo il controllo, da carnefice divento vittima e mi lascio soggiogare dalla sua crudele rivalsa. Ma forse prima non ero vittima?

E allora stilla e strilla il dolore. Intorno a me solo più notte e caverne infinite dove il buio odora di spavento e terrore. "Mai più", mi dico, mentre le dita scarne scavano in gola, rovistando e rovesciando le viscere piene di colpe imperdonabili.

"Svuotati ora, torna fiore esangue ". E mi pare di risorgere e rinascere. L'agonia calcolata è l'unico modo che possiedo per essere, per sentirmi qualcosa. Sventolo, aggrappandomi disperatamente all'aria come un cencio slavato. Confondo la morte con la vita: oltraggio e insulto voluti e cercati fino allo spasimo.

Non trovo, non vedo, non sento altra soluzione. Il cerchio non ha inizio né fine e non c'è modo di spezzarlo. Dov'è il bandolo di questa oscena matassa?

Quale dio terreno o soprannaturale giungerà a fendere l'angoscia, a scalfirla, a piegarla, ad addolcirla, a placarla, liberando la mia anima da queste soverchianti e ammalianti catene?

Lo devo cercare qui o altrove?

Ma intanto la mia unica musa è la perfida inedia. E l'amore si è trasformato in un involucro vuoto che si camuffa e si svende, dimentico delle sue radici.

L'amnesia è la mia legge e la mia condanna.

Chiara Manganelli