venerdì 12 dicembre 2008

ARTE E SPIRITUALITA' A MILANO LA PRIMA COLLETTIVA DI ARTEINDACO




Giovedì 4 dicembre 2008, presso l'associazione “Energea” di Milano, è stata inaugurata la prima mostra collettiva di “ArteIndaco”, progetto artistico dedicato al rapporto tra arte e spiritualità.

Questa è la prima di una serie di esposizioni che avranno luogo in varie città italiane e coinvolgeranno numerosi artisti.

In mostra, fino al 21 dicembre, le opere di: Ciro Palumbo, Akira Zakamoto, Claudia Giraudo, Ada Muniel, Anna Maria Martini, Marida Maccari, Viviana Ammannato, Alessandra Daya Arnoletti, Maria Elena De Maio Cacciotti, Elena Copetti, Edimar Marcelo Costa, Cristina Gualmini e Manuela Marussi.

Il catalogo della mostra è a cura di Sergio Motolese e Pietro Abbondanza.

“ArteIndaco” (http://www.arteindaco.blogspot.com/) nasce nell'aprile 2008 da un'idea di Luca Motolese (in arte Akira Zakamoto), in collaborazione con “Stazione Celeste” (http://www.stazioneceleste.it/) e Bottega Indaco (http://www.bottegaindaco.blogspot.com/).

Lo scopo di questo progetto è creare una rete di artisti che scandaglino il tema della spiritualità attraverso la ricerca artistica. Un luogo di incontro, dunque, tra persone desiderose di confrontarsi con sensibilità affini, ma anche una fucina di linguaggi facondi, versatili e poliedrici, in divenire continuo, che attingono la propria forza da matrici simili eppure diverse. Non ci sono canoni stabiliti aprioristicamente; esiste solo l'anelito spontaneo e libero di potersi esprimere attraverso il mezzo artistico inteso come strumento ermeneutico che dà forma e intelligibilità alla dimensione interiore, a quella spinta atavica che da sempre l'uomo custodisce dentro di sé: la propria trascendenza, quel quid mistico e misterioso che scavalca l'immanenza per lambire il divino.

Le apparenti aporie qui si smussano e si sciolgono, perché il trade d'union non è una particolare forma di spiritualità o religione, ma la religiosità profonda che alberga nell'essere umano, indipendentemente dalla sembianza e dallo stilema che acquista quando si esteriorizza. La libertà d'espressione, dunque, è la chiave per comprendere il senso di questo progetto. La lettura avviene su metalivelli diversi e a volte apparentemente dissimili, ma, paradossalmente, le differenze esaltano la Bellezza, la incarnano e la valorizzano, elargendo un'armonia eclettica che oltrepassa i paradigmi attesi per addentrasi in un territorio più sottile e intrigante: quello, appunto, della libertà di comunicare ciò che si sente nella maniera a sé più congeniale e consona, senza regole e dogmi.

In “ArteIndaco” gli artisti non solo si incontrano, ma si confrontano e si contaminano, in un percorso scevro da giudizi e pregiudizi. Perché non c'è una “Verità” da svelare, una teleologia da rivendicare, una strada da intraprendere, e neppure alcun intento catechizzante, per fortuna. Esiste solo il piacere di seguire l'impulso che l'anima e l'intuito suggeriscono, senza schemi prefissati né semiologie imposte. La significazione e la comunicazione non seguono strade obbligate. Ognuno può attingere ai propri simboli e al proprio sentire profondo, dando spazio alle proprie ancestrali e intime risonanze. Un simbolismo escatologico sussiste sempre nelle opere di tutti gli artisti di “ArteIndaco”, ma la decifrazione dei simboli sta nell'individualità piuttosto che in una dottrina specifica a cui dover aderire. In questo modo si scongiura il pericolo di creare una setta autoreferenziale dove l'arte diventerebbe mera tautologia prevedibile e scialba, espressione di postulati piuttosto che delle peculiarità di ognuno. La ricerca gnoseologica e artistica non vuole essere di tipo deduttivo, ma piuttosto induttivo, perché solo così è possibile dare respiro all'Arte, concepita come sublimazione estetica dell'universo spirituale di ogni essere umano.

“Bisogna avere ancora del caos dentro di sé per partorire una stella danzante”

F. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

FIABEPITTURE MOSTRA PERSONALE DI CIRO PALUMBO AVERSA (CE)



Sabato 20 dicembre 2008, ad Aversa (CE), presso la Struttura Comunale Ex Macello, Sala Caravaggio, avrà luogo l'inaugurazione della mostra personale di Ciro Palumbo “Fiabepitture”.

La mostra, curata da Carlo Roberto Sciascia, è organizzata in collaborazione con l'associazione culturale “Naonisart”, nell'ambito dell'iniziativa “Aperitivi d'arte”. L'associazione, attiva a Porcia, Venezia e Aversa, vanta, per l'anno 2009, un calendario ricco di interessanti eventi di carattere letterario e artistico. Ma il fiore all'occhiello è l'iniziativa prevista per il mese di giugno alla Reggia di Caserta, che rappresenterà una sintesi di tutti gli eventi dell'anno, e a cui parteciperanno numerosi artisti tra cui anche lo stesso Ciro Palumbo.

La mostra “Fiabepitture” scandaglia il tema del Sogno attraverso il racconto per immagini.

In queste opere assistiamo a uno sviluppo “dialogico” della pittura di Palumbo. I simboli, gli stilemi, i colori e la tecnica evocano e richiamano la narrazione in modo originale e diverso rispetto a prima.

La parola scritta non viene più solo intuita e immaginata, ma appare sulle tele, spogliandosi però del suo significato linguistico usuale per diventare un significante ancor più emblematico e pregno di simboli, e si trasforma anche in immagine.

La commistione tra pittura e letteratura affascina e seduce, e le due arti si contaminano in modo biunivoco, attingendo l'una dall'altra, per dare vita a un sortilegio raro e prezioso, giocato su infiniti metalivelli espressivi e comunicativi.

I canali interpretativi dell'ultima produzione di Palumbo, dunque, si arricchiscono e si fanno più complessi, perché il segno non rimanda più a se stesso e ad un preciso universo simbolico. Ora il segno gioca a significare molteplici possibilità, spostandosi sia da un campo semantico a un altro, sia da un terreno artistico all'altro.

Se già prima le opere di Palumbo erano feconde di metafore visive, ora assistiamo all'uso di queste figure retoriche non solo all'interno dello stesso registro artistico, ma addirittura mescolando diversi registri e piani espressivi. E proprio qui sta l'originalità e al contempo la grande sfida: riuscire a creare un'armonia singolare e temeraria, azzardando accostamenti insoliti e compenetrazioni rocambolesche.

Ci addentriamo così nel meta-meta-fisico, su un piano ancora più alto, dove la realtà si flette, si piega e si sgretola sempre più, pur rimanendo un baluardo diafano grazie al quale il Sogno e l'Inconscio trovano ancoraggio e senso. Perché per riuscire a lambire l'onirico, il reale deve esistere, ma non per ciò che è, bensì per ciò che può essere e rappresenta, divenendo, appunto, surreale. La realtà non può e non deve essere annientata, ma trasformata. Il pittore è un artefice di significanti e significati, dotato della capacità di plasmare l'universo fenomenico per forgiare le chiavi che possano aprire le porte di mondi nuovi, nascosti sotto la superficie dell'apparenza. Ed è anche un aedo che canta le gesta della propria trasognante odissea.

Il mito ci guida in questa ancestrale ricerca di noi stessi; è il modello che ci aiuta a interpretare i nostri sogni e la nostra storia.

Potremmo definire Palumbo un “pittore-affabulatore junghiano”, perché attinge agli archetipi universali cogliendone non solo la Bellezza, aspetto imprescindibile per chiunque faccia Arte, ma anche i reconditi significati maieutici che custodiscono.

E' necessario che lo spettatore si specchi in questo universo di simboli senza pregiudizi, remore e costrizioni cognitive, perché solo quando si smette di cercare si trova davvero ciò che è essenziale.

“Io sono semplicemente convinto che qualche parte del Sé o dell'Anima dell'uomo non sia soggetta alle leggi dello spazio e del tempo”

C.G. Jung

“QUI” I CREATORI DI FUTURO I BAMBINI, LUCE DI CAMBIAMENTO CORTE DI CANOBBIO, CORTEMILIA (CN) MOSTRA PERSONALE DI AKIRA ZAKAMOTO



Sabato 6 dicembre 2008, a Cortemilia (CN), presso la “Corte di Canobbio”, è stata inaugurata la mostra personale di Akira Zakamoto “Qui. I creatori di futuro. I bambini, luce di cambiamento”.

In mostra, fino al 6 gennaio 2009, nei raffinati locali della “Corte di Canobbio”, 13 dipinti che si ispirano all'universo infantile, tema particolarmente amato dall'artista. La “Corte di Canobbio” è uno splendido edificio del 1500, recentemente ristrutturato, che però mantiene intatti fascino ed eleganza. In questa gradevole e suggestiva cornice, oltre ad ammirare la mostra di Akira Zakamoto, si può sorseggiare un ottimo Nebbiolo o degustare la deliziosa pasticceria a base della pregiata nocciola “tonda e gentile delle Langhe”, fiore all'occhiello della produzione dolciaria della zona, che inebria e rapisce irrimediabilmente il gusto e l'olfatto.

Il progetto artistico prende vita da un'idea di Akira Zakamoto (al secolo Luca Motolese) e Paola Canobbio.

Da una piacevole e spensierata giornata ludica in cui vengono coinvolti i bambini di Cortemilia e dei paesi limitrofi, nascono le fotografie che ispirano i quadri. E nei quadri vengono raffigurati bambini “in carne e ossa”, celebrati sia come esseri “hic et nunc”, sia come emblemi del trascendentale.

L'intento è quello di sottolineare “la deità” insita nei fanciulli, icone chiave della poetica di Zakamoto, che, in questa mostra, acquistano ancor più pregnanza, grazie ad un uso più incisivo e potente degli accostamenti cromatici.

Il ritratto, da sempre emblema dell'arte pittorica, si veste, nella pittura di Zakamoto, di significati “antroposofici” e simbolici, pur conservando anche rimandi storico-artistici che ci riportano alla tradizione rinascimentale del ritratto celebrativo e commemorativo. Ma mentre nel XVI secolo l'idealizzazione ritrattistica assume precise funzioni politiche e sociali, qui si caratterizza in particolar modo di valenze spirituali e teleologiche.

Si parte, quindi, dal gioco, inteso come “gioco serio”, che contiene in sé la facezia ma anche il “pathos”, la trascendenza ma anche l'immanenza. Perché il gioco non è solo finzione catartica, ma anche e soprattutto realtà esperita attraverso la manipolazione del mondo circostante, grazie alla quale l'immaginato diviene fenomenico e acquista concretezza e senso. Il gioco è lo strumento principe attraverso il quale il bambino apprende a essere se stesso, misurandosi con il proprio universo intrapsichico e con la dimensione relazionale del proprio Sé. Gli adulti giocano per tornare ad essere ciò che non sono più; i bambini giocano per diventare ciò che saranno. E nel loro essere “in fieri” l'adulto si specchia, sfiorando per un attimo ciò che era, ciò che potrebbe essere e ciò che sarà. Il bambino, nella pittura di Zakamoto, è un simbolo escatologico di fondamentale importanza, perché esprime la forza motrice dell'universo, lo spirito incarnato nel mondo fisico, come direbbe R. Steiner. I suoi fanciulli, dagli sguardi baluginanti ed eterici, sono gli “angeli” che ci prendono per mano e ci conducono verso i sentieri scintillanti e scoscesi del cambiamento, verso un'epopea “apocalittica”, intesa secondo l'accezione etimologica del termine (dal greco apò-kalyptein: rivelare). Nulla di catastrofico, dunque, anzi. I bambini rappresentano il dolce “fiume eracliteo” del divenire, e nei loro occhi brilla l'acqua limpida di un oceano imperscrutabile ma la contempo tangibile: il futuro in nuce dell'umanità, già presente, ma che deve ancora realizzarsi appieno. Nel tempo del “qui”, dunque, possiamo scorgere un'intuizione, un seme. A noi l'immensa responsabilità di cogliere questo seme, curarlo, accudirlo, innaffiarlo, affinché possa nascere un giorno uno splendido fiore.

“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce”.

Platone

mercoledì 5 novembre 2008

Bambina di ieri, bambina di domani

Guardo, da finestre affacciate sull’ambiguità sottile del tempo, due occhi blu che si immergono nel mare, che vi si specchiano fino a confondersi con esso. Sgranano filigrane di lontananza inquieta; si rifrangono in baluginii che divengono dardi di dolcezza scagliati contro nuvole di panna montata, così gustose e allettanti da inebriare le labbra vermiglie dei pensieri. Giocano a inseguire pesci scalpitanti e a inventare collane di alghe e bracciali di conchiglie.
Le risate sono candide ragnatele di salsedine che imprigionano l’eternità della notte, per suggellare speranze future che sono già reali in quello spazio recondito e magico che giace sotto la pelle del mondo consueto e conosciuto .
Dedali di languore solcano la sabbia che odora d’oro, e il pulviscolo dei sogni di domani, come stella che dipinga di sfavillanti colori l’oscurità ammaliante della galassia, sparge pioggia di luce iridescente lungo i sentieri del buio immobile.
Nelle mani piccole e goffe stringo tutto ciò che sarà, tutto ciò che ho già vissuto e che vivrò.
La perfezione esoterica del cerchio si compie tra pupille che parlano con il fiato dell’imperscrutabilità apparente. Oracoli di carne e sangue bruciano l’eresia dei dogmi senza bisogno di arroganti sentenze né di pubblici roghi.
Scolpisco, dentro la sostanza lattiginosa e languida della mia anima, frammenti di un tempo invisibile, di speranze silenziose e tremanti. E la linea che generava eventi asincroni e cacofonici, dove io ero sempre in un luogo e in un tempo diversi da quelli desiderati e immaginati, si trasforma ora in un punto, dove tutto è. Senza distanze, senza incongruenze, senza dicotomie, senza convulse corse e logoranti attese.
Gli elfi, con i loro cappelli obliqui e tintinii di fragorose facezie, escono dalle pagine aride e consunte delle fiabe per diventare scintille di sogni che scherniscono la realtà, avviluppandola con seducenti profumi di meravigliosi paradossi.
Il limite stabilito viene superato. Basta scegliere la temerarietà. Basta scegliere di sciogliere il nodo scorsoio che ci lega all’àncora di paure che spezzano il respiro e la fantasia.
Il nostro veliero può rimanere per sempre attraccato a un porto conosciuto che non cangia mai.
Facciamoci invece pirati intrepidi e impudenti; percorriamo l’oceano della vita a caccia di scorribande palpitanti e tumulti travolgenti.
Buttiamoci, come tuffatori pazzi e sconsiderati, a capofitto giù dalla rupe, per volare altrove, oltre ciò che viene considerato possibile. Le nostre ali non sono di cera: il sole ne è la quintessenza, non le brucia, anzi, ne alimenta la consistenza.
Ogni sguardo ci porta sempre più in alto.
Credevo di essermi affacciata a contemplare i ricordi di un tempo che fu. E invece ciò che sto guardando deve ancora avvenire, eppure è già accaduto.
E’ un gioco sublime e ambivalente di specchi e di audaci e rocamboleschi balzi, avanti e indietro, nell’anima e nel tempo. E percorro viaggi emozionanti e imprevedibili, accovacciata dentro un pallone aerostatico indaco che mi avvolge e mi protegge come un ventre materno.
Attingo a quello sconfinato serbatoio di bellezza che scioglie i grovigli degli Io caparbi e accartocciati dentro grumi di stoltezza, e raccolgo la linfa segreta che dona acqua al fiume, aria ai polmoni, sangue alle vene, luce agli occhi, inesauribile e fantasmagorica fonte di vita.

mercoledì 29 ottobre 2008

"La prova del miele", erotismo decadente e inconcludente

“La prova del miele”, scritto dalla poetessa siriana Salwa Al-Neimi, somiglia più al diario stucchevole, ingenuo e sfilacciato di un'adolescente piuttosto che a un romanzo erotico.

Acclamato ed encomiato in tutto il mondo come il bestseller dell'anno, in realtà questo libro non ha

niente a che vedere con la grande letteratura erotica del Novecento, densa di sensualità, seduzione e spudoratezza, che annovera, tra i suoi più noti esponenti, autori del calibro di Henry Miller, Anais Nin e Dominique Aury, solo per citarne alcuni.

Un romanzo decisamente scialbo e privo di mordente, che non riesce a rapire e a stuzzicare il lettore con il fascino sottile, velato e ammiccante dell'erotismo, ma neppure riesce a “scandalizzarlo” e a scuoterlo con una prosa concitata, esplicita e impudente, come un'onesta e sana opera pornografica esigerebbe. E non è neanche un romanzo d'amore.

La protagonista del libro, una bibliotecaria del dipartimento di Arabistica dell'Università di Parigi, tesse, dalla prima all'ultima pagina, infinite lodi alle gesta erotiche del “Pensatore”, uomo fondamentale per lei, amante- maieuta che la inizia ai misteri e ai piaceri della carne. Il tutto condito con riflessioni sparse e confuse, ricordi vaghi e imprecisi, e riferimenti letterari e linguistici deboli e sfuggenti.

Le premesse sono promettenti, ma poi la prosa diviene scipita, traballante, in certi punti addirittura tediosa.

Ogni tanto si scorge qualche intrigante e appassionante barlume, ma subito la scintilla si spegne.

E' curiosa e originale l'analisi etimologica che l'autrice tenta di compiere citando alcuni stilemi e vocaboli della lingua araba, ma essa è troppo frettolosa. Così come i riferimenti ai testi antichi di letteratura erotica araba, scritti da grandi maestri sùfi: tutti spunti molto interessanti, che però cadono nel vuoto, si disperdono, scivolano via lasciando in bocca un appetito che non trova mai sazietà. Il lettore rimane costantemente in una dimensione di attesa che non viene mai colmata e soddisfatta.

Anche il concetto “tantrico” del piacere carnale come mezzo per raggiungere l'elevazione morale e spirituale è sicuramente degno di nota. Ma pure in questo caso l'analisi risulta essere superficiale, farraginosa, fragile e lacunosa.

Ennesimo tema che avrebbe potuto essere analizzato e sviluppato, e che invece viene solo sfiorato e accennato, è il rapporto tra sessualità e femminilità nella cultura musulmana.

Un romanzo, dunque, pieno di potenzialità, ma che fatica a decollare, che lambisce tutto fugacemente, senza mai andare in profondità, e che lascia nel lettore un senso di insoddisfazione, frustrazione e incompiutezza.


Chiara Manganelli

lunedì 6 ottobre 2008

SACRA ERESIA

Il sole custodisce l’orizzonte. Lo culla, lo disegna, lo nutre di luce. E lo sposta sempre più in avanti, lo lancia oltre lo sguardo, dove solo l’occhio della mente lo può raggiungere. Noi, delfini umbratili, sacri e sacrileghi, sempre in bilico tra eresia e santità, tra follia e assennatezza, nuotiamo incessantemente tra gli abissi di un oceano bizzoso e impetuoso.
La linea di questo orizzonte sensuale e seducente si flette, si distende, si cancella, appare, riappare, acquista forme deformi e impertinenti, scorre tra le palpebre socchiuse dell’anima, ondeggia e oscilla nei territori incontaminati e incontenibili dell’immaginazione, e risplende come un diadema scintillante, come un crepitio baluginante di un sorriso sperso tra lo spazio obliquo dell’ineffabile.
La fantasia rotola nell’aria come bolla di sapone diafana e iridescente, si posa su frammenti di pensieri sconnessi e imprecisi, sparpagliati tra nuvole eburnee, per stravolgerne il colore e la sembianza, attingendo trascendenza e misticismo dalle viscere attorcigliate dell’inquietudine.
Le labbra mordono e divorano il frutto sconosciuto e inebriante partorito dalla propria raggiante e vorticosa deità, e le mani forgiano figure fantasmagoriche che si abbeverano alla fonte inesauribile di una sapienza profonda e nascosta.
I grumi dei respiri si sciolgono e scorrono lungo lingue fiammeggianti di musiche adornate di orfici misteri. Si dilata il tempo, si dilata lo spazio. Tutto diviene possibile.
Il seme è nella nostra carne, il fiore è amplesso che sgorga dal nostro sguardo audace e vorace, e la chiave che apre lo scrigno dei segreti ancestrali è racchiusa tra le lande di un’isola aspra e austera dove l’anima teme se stessa e incontra ombre fosche e torve di fantasmi che la perseguitano e la flagellano.
Al di là della nebbia, al di là del gorgo della tempesta, il cielo rabbruscato si apre e si spalanca nuovamente alle piogge pulsanti e sferzanti della luce.
E il sedicente dio ultraterreno, inventato e millantato per renderci schiavi scheletrici e smunti, viene schiacciato da un dio terreno, l’unico vero dio che possa davvero esistere, e che abita la dimora del nostro Io supremo, perfetto e impalpabile, attraversando cicli di infinite metempsicosi.

venerdì 12 settembre 2008

MITRIDATISMO

Ingurgitando cascate sferzanti di tramontana
l'anima spurga saccenza,
emenda follie,
erutta magmatico fiele sulfureo,
e masticando ruggine amara
si flette
sull'adamantina e diafana lucentezza
di un riverbero di quiete,
emigra dentro oceani di cieli audaci
dove lo sguardo viene sbalzato fuori
dal suo nido avvelenato,
e gli occhi riottosi rimbalzano
tra le sinusoidi incostanti dell'infinito.

Il pesce annicchilito e scalpitante,
avviluppato nella rete,
succhia il ferro che rovista il palato,
si dimena convulso e ubriaco d'ira
sulla chiglia che odora di sale e di legno.
All'improvviso guizza come guitto sornione
tra la spuma feroce e fiera,
sciogliendo la rete ruvida del carnefice.

Abbeverandosi alle fonti ingannevoli del veleno,
il veleno diviene miele
e allora ci vuole una rottura,
una variazione di rotta,
un ribaltamento rocambolesco.

Lo sguardo si sposta
repentino e temerario
lungo altre direzioni,
e osservando la trappola
della capziosa apparenza

scivola via la caparbia ostinazione
della mendace presunzione.

Mai stare fermi in un punto,
ma muoversi,
voltarsi,
entrare e uscire da sè,
per vedere la scena,
e schernire ciò che prima era,
perchè ora non è
e domani non sarà

E dunque aborrire il mitridatismo,
aborrire qualsiasi abitudine,
qualsiasi convinzione,
qualsiasi effimera illusione di realtà.

La Verità è un frutto acerbo,
è millanteria tragicomica
vomitata dalle labbra tremanti della Paura.

mercoledì 10 settembre 2008

SIMBOLI SACRI E PROFANI NEL VIAGGIO VERSO L’INFINITO

Dagli sguardi segreti di un angelo decaduto
che irradiava dardi di luce,
stilla veleno voluttuoso.
Rovinosa e riottosa
è la caduta dal Paradiso all’Inferno.

Anubi, dio sciacallo collerico e torvo,
lo sospinge, attraverso fiamme liquide e deserti metallici,
al cospetto della bilancia

dispensatrice di straziante terrore.

Il cuore è leggero,
ammasso vuoto di carne aggrovigliata e compressa
che pullula di ombre, insidie e languori,
impasto di sangue raggrumato
da oltraggi di superba miseria.

Osiride, ultimo giudice inappellabile,

osserva, impassibile e muto,
la polpa che racchiude la vita

e ne distilla il succo.
Tra le sue mani scarne e affusolate
schiaccia schiere di cuori,

miete incauti dolori ed emenda fragorose cecità.

Suo figlio, il Sole, da un grembo angusto,
divampa e profonde cascate di luce,
e scintillano i segreti granitici
che Iside accarezza e custodisce.

Ogni solstizio è amplesso lugubre,
lotta strenua e mastodontica
tra le forze opposte di sterminate tempeste.

Occhi pavidi e diafani come fondi di bottiglia
si perdono tra arcane disforie impetuose.

Cagliostro insegue
la pietra filosofale,
tortura mistica e magnifica,

oltre il tempo e lo spazio,
e viene inghiottito dalle avide bocche
delle Grotte Alchemiche.

Alla ricerca dell’oro magico
l’anima si arrovella, si perde, si frantuma,
attraversa tumulti turbinosi e fantasmagorici.

E laggiù le colonne d’Ercole attendono
lo sguardo e il passo di chi si appresta a varcare l’Infinito


Chiara Manganelli

domenica 7 settembre 2008

LA “RAGIONATA SREGOLATEZZA DI TUTTI I SENSI” COME CONDIZIONE INDISPENSABILE PER AFFERRARE IL SENSO PROFONDO DELL'ARTE E DELLA VITA










L'INFLUENZA DELLA POESIA DI ARTHUR RIMBAUD SULLE CORRENTI ARTISTICHE DEL XIX E XX SECOLO

“Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, - e il sommo Sapiente! - Egli giunge infatti all'ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all'ignoto, e quand'anche, smarrito, finisse col perdere l'intelligenza delle proprie visioni, le avrà pur viste!”


Lettera di Arthur Rimbaud a Paul Demeny
Charleville, 15 maggio 1871

Arthur Rimbaud è l'antesignano e l'emblema di una rivoluzione culturale senza precedenti. Egli, sovvertendo i canoni estetici e contenutistici della poesia, rappresenta un fondamentale punto di svolta sia nella storia della letteratura occidentale, sia nella storia dell'arte della seconda metà del XIX e di tutto il XX secolo, che, anche alla luce della sua preziosa eredità, reinventerà i propri parametri espressivi e semantici.
Il geniale e irriverente poeta francese intende rompere ogni schema, creare una frattura netta e insanabile con i paradigmi del passato; la sua poesia scardina tutte le regole fino a quel momento accettate e condivise dall'èlite intellettuale dell'epoca, rinnegando, da un lato, l'epistemologia razionalista propria dell'Illuminismo e del Neoclassicismo, e, dall'altro, distanziandosi anche, in parte, dalla filosofia del Romanticismo.
Rimbaud asserisce che il vero poeta deve farsi veggente, divenire un essere che trascende il proprio sé illusorio e si spinge al di là della vita per poi ritrovarla. Solo così si può giungere a celebrare l'essenza magica e onirica di un'esistenza che ha il sapore di una realtà ben più complessa di quella che siamo abituati a vedere e a percepire. Ci si trasforma in veggenti quando si è disposti ad abbandonare ogni mendace conoscenza a priori del mondo delle forme, ogni pregiudizio, ogni sapere appreso, quando ci si lascia travolgere e avvolgere dall'ignoto, dal sogno, dal mistero seducente e meraviglioso della vita al di là delle apparenze e delle convenzioni.
Attraverso il sacrificio della propria riottosa e ottusa razionalità, si riesce ad approdare tra le sinuosità strabilianti di territori mistici e incontaminati, affascinanti e spaventosi; si arriva ad afferrare “l'alchimia del verbo”, a misurarsi con la vera materia dell'arte e della poesia: l'ineffabile. Ma bisogna rinunciare a quell'Io imperante e minaccioso che ci impone di seguire i sentieri triti e tranquillizzanti della realtà transeunte e immanente. Dobbiamo spogliarci degli orpelli opprimenti della paura e tuffarci dentro mari sconosciuti, deliranti e temerari, i cui abissi possono custodire scintillanti e languidi deliqui, ma anche terribili incubi e devastanti sofferenze. Bisogna essere disposti a correre il rischio. Perché quando si rinnegano salde, posticce e tenaci certezze, ci si può anche perdere e disgregare in mezzo ai turbinii impetuosi e tumultuosi di oceani in rivolta.
Dunque è necessario superare la realtà fenomenica, ammutinarsi, abiurare, andare oltre, altrove, essere surreali. Ma per andare dove? Qual è la meta del viaggio? Forse il viaggio stesso, forse l'anarchia dello spirito. L'ineffabile, appunto. Ciò che si può percepire ma non si può spiegare.
A. Breton affermò che Rimbaud fu surrealista nella pratica della vita prima ancora che nella pratica della poesia. E' indispensabile immergersi nel proprio universo onirico e allucinatorio, e attingere da esso suggestioni, folgorazioni e frammenti di sogno per poter elargire all'arte qualcosa di veramente unico, illuminante e prezioso.
Se l'arte si limita a riprodurre e descrivere la realtà che è sotto gli occhi di tutti, qual è il suo senso ultimo? Un bell'esercizio di virtuosismo e tecnicismo?

Molti artisti, dal XIX secolo in poi (ma non solo) si trovano stretti e limitati da questa visione assai depauperante e svilente, e sentono la necessità di rompere le righe in modo violento e provocatorio, tentando strade sfrontate e audaci, e ridefinendo “un'escatologia dell'arte” che ne metta in discussione non solo i canoni estetici, ma anche i canoni gnoseologici.
Nascono così correnti culturali e artistiche quali il Simbolismo, il Surrealismo, la Metafisica, il Dadaismo, il Fauvisme, e molte altre ancora, diverse tra loro, ma aventi tutte in comune un desiderio di andare oltre l'universo empirico e manifesto, per carpire un'essenza che trascenda la superficie del mondo tangibile.
A influenzare notevolmente il clima culturale tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, si aggiunge la nascita della psicoanalisi. S. Freud, con la scoperta dell'Inconscio, fornirà una base teoretica fondamentale a cui attingere in questo contesto artistico già pregno di fermenti e trasformazioni.
In un'epoca in cui la rivoluzione industriale crea mutamenti sociali irreversibili, improntati su una visione positivista e scientista, portando in auge concezioni quali il liberismo economico di A. Smith e l'utilitarismo di J.Bentham, e gettando le fondamenta per lo sviluppo del sistema capitalistico moderno, la controtendenza artistica e culturale è invece quella di ricondurre l'uomo e la realtà al proprio nucleo magmatico, arcano e simbolico, lontano dal determinismo e dal materialismo imperanti, per recuperare un senso più profondo e sottile dell'esistenza umana.
Rimbaud individua in C. Baudelaire il “principe del sogno”, il precursore raffinato e arguto di quella “veggenza” irrinunciabile a cui l'artista deve ricorrere per farsi aedo, affabulatore, creatore di significati, significanti e nessi reconditi. E Baudelaire, con la sua strenua e incessante ricerca di una bellezza che non sia solo un ideale assoluto e astratto, ma che si coniughi con la “rugosa realtà” e con la compassione, dona alla poesia una dignità stilistica e formale che non ha eguali, e che tocca l'apoteosi nei “Fleurs du Mal”. Rimbaud si spinge ancora oltre. Per Rimbaud la poesia si intreccia con la vita, è la vita stessa: ecco l'enorme insegnamento che ci offre e ci lascia in eredità questo eccezionale poeta visionario, inquieto, poliedrico e ribelle.
La sua tormentata e irrequieta vita, dalle prime fughe dell'adolescenza, all'esperienza politica nella Comune di Parigi, al rapporto ambivalente e travagliato con P. Verlaine, alle numerose peregrinazioni per l'Europa e l'Oriente, fino all'esodo finale, quello in Africa, che ha più il gusto amaro della rinuncia piuttosto che la trepidazione e la sete di scoperta e conoscenza di un viaggio, dimostra che egli ha sempre tentato di fondere la vita con l'arte, inseguendo spasmodicamente l'essenza ultima delle esperienze umane, e diventandone cantore e vate.
Alcuni grandi movimenti artistici, come ad esempio il Surrealismo, hanno raccolto il messaggio di Rimbaud, ne hanno compreso l'immensa portata e l'hanno ampiamente e sapientemente sviluppato.
Basti pensare a pittori quali S. Dalì, R. Magritte e G. De Chirico, che nelle proprie tele rappresentano il sortilegio ammaliante e sconvolgente di realtà denudate del loro senso abituale e convenzionale, per imprimere agli oggetti e alle interazioni tra di essi significati ben più controversi e affascinanti.
Assistiamo quasi a una rivoluzione copernicana dell'arte: per essere artisti è necessario infrangere tutte le regole, diventare anarchici e rinunciare a “capire”, per affidarsi solo al “sentire”.
Bisogna dunque assaporare la vita, morderne intensamente la polpa, scendere negli inferi dannati e incantati del proprio inconscio, e guardare le cose non con gli occhi della ragione, ma con gli occhi della sensazione pura, accogliendo in sé tutto e il contrario di tutto; farsi creature plasmabili e modellabili, sempre in divenire e in movimento, assorbire l'esistenza, lasciarsi guidare dai sensi, senza però mai annullarsi e perdersi in questa pericolosa e rocambolesca ricerca, perché abbandonarsi alla sensazione, fino al punto di diventare la sensazione stessa, è un rischio mastodontico e incalcolabile, è una corsa cieca e convulsa sul filo di un rasoio, che può condurre alla follia e alla perdita della propria identità. “L'ora nuova è severissima” come Rimbaud stesso afferma in “Une Saison à l'enfer”. Ma ci sono cose che non hanno prezzo.

Chiara Manganelli



VOYELLES

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali!
Un giorno dirò le vostre segrete origini:
A, nero vello sul corpo di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d'umbelle;
I, porpora, rigurgito di sangue, labbra belle
Che ridono di collera, di ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli d'animali, pace di rughe
Che l'alchimia imprime sulle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
O, l'Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

Arthur Rimbaud