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martedì 20 maggio 2008

GENESI DEL CIBO COME ATTO DI VITA E NON DI MORTE

Fremere e pulsare di onde spumeggianti dentro i miei occhi: azzurro che divora l’azzurro, enorme cuore che pompa un sangue fatto di frammenti, desideri e rimpianti.

Corse a perdifiato sotto un cielo terso, cosparso di sogni e paure.

Anni brillanti, innocenti, leggeri, ingenui, sensuali, spalancati su mondi possibili e impossibili.

Anni che si sono accoccolati in fondo al cuore, depositando montagne di dolcezza tra le labbra, come il mare i detriti.

Ma certe dolcezze si sono guastate, diventando amare e opache tra gli specchi distorti della memoria, come cibo avariato dalla troppa attesa.

Altre si sono trasformate in meraviglie ancora più sublimi. E ciò che pareva fiele si è tramutato in ambrosia: imprevedibile e seducente è il gioco delle metamorfosi dei sensi.

Potere sconfinato della mente, che, attraverso fili invisibili, muove, come fossero capricciose marionette, le sensazioni, le emozioni e i sentimenti…

E lungo quei ciottoli accarezzati dalla brezza salata e inquieta, un tripudio di odori e sapori mi avvolgeva con tenerezza e forza.

Risalendo da un palcoscenico di cobalto opalescente, il gusto della salsedine si mischiava al profumo delle more e dei limoni. Il giallo e il viola si stagliavano sulle mie palpebre di carta di riso, come il tramonto sull’orizzonte.

In mezzo alle mulattiere scoscese, avvinghiate alla canicola, la polpa dei fichi maturi si scioglieva tra le mie dita tremanti, mentre le urla giocose delle cicale mi riempivano le orecchie.

E l’arancione prorompente delle albicocche si adagiava sulla mia gola, accompagnando le mie fantasie di bambina spensierata.

Schegge di sublime bontà infilzavano la mia piccola lingua, laggiù dove il sole e l’anima svernano.

E quando il giorno si assopiva tra le braccia della sera, un cassetto magico finalmente si apriva, e tante piccole pastiglie colorate apparivano come per incanto, lucenti e accattivanti, balzando in bocca con voluttà e ingordigia.

Fu l’amore di mio padre a far germogliare in me il seme di questa passione.

Furono le mille sere accese da milioni di balocchi. Furono quei chicchi di mais scoppiettanti, che esplodevano in forme surreali e chimeriche, bianchi come fiocchi di neve. Fu la matassa stucchevole dello zucchero filato che ogni domenica impiastricciava il mio viso. Furono le innumerevoli volte che vidi il misterioso sortilegio compiersi davanti ai miei occhi avidi di curiosità. Furono quelle ore interminabili trascorse acquattata in un cantuccio o nascosta sotto un tavolo, investita da raffiche ruggenti di profumi inebrianti.

Imparai col tempo che la materia si può plasmare a proprio piacimento, e da informe può cangiare in magnifiche sembianze, e che i gusti si possono mescolare in infinite combinazioni, sortendo alchimie inaspettate e sorprendenti.

Ma solo l’amore può insegnare l’amore.

Più tardi capii che il cibo è vita e non può essere morte, e che come tale, quindi, deve rispettare e celebrare la vita.

A quel punto la frattura col mondo si fece cocente e dilaniante, ma inevitabile.

Perché solo la vita può generare altra vita.


Chiara Manganelli

L'ALTERITA' CHE DA' SENSO AI SENSI

Incontro, denso di tenerezza, come la polpa di un frutto maturo che accarezzi il palato e imbratti le le mani. Odore di dolcezza d'anima che si espande nella bocca, come un'esplosione di profumi ruggenti e sapori sapienti. Incontro di una mano incerta con il manto tenero e caldo di un corpo. Incontro di occhi, diversi nei destini, uguali nelle origini. Incontro di cammini che si intersecano nelle viscere fino a confluire in un unico punto. Due orme sul sentiero dell'arroganza, quattro su quello della bellezza. Perchè Il tempo ha incrinato e distorto gli specchi, ha adulterato il senso.

Mi vedo in quegli esseri, scorgo ancora un brandello logoro del mio passato, e in quegli sguardi c'è tutto quello che non voglio capire del mio presente.

Osservo quelle vite in fermento nella trasognanza inquieta di chi sente senza comprendere e sa che comprendere non è più necessario, e non è necessario spiegare. Mi nutro della loro sublime arte del dare senza chiedere, e da loro la imparo.

Noi, che deprediamo e rubiamo la vita per illuderci di poter vivere, paghiamo ogni giorno un fio salatissimo per la nostra saccente sfrontatezza. I gorghi bui della prepotenza ci divorano, fino a farci diventare carnefici di noi stessi.

Ciò che è importante è tutto lì, nell'intensità sottesa e velata di un attimo impalpabile, dove la realtà si trasfigura e il cuore penetra altrove, in uno spazio che non ha più bisogno di parole, ma solo di gesti abbozzati dall'intenzione e generati dalla passione e dall'istinto.

La comunicazione si ribalta: parte da lontano per andare ancora più lontano, e si acquatta lieve in spirali di confortante vicinanza. Le labbra non devono più muoversi per articolare l'indecifrabile, ma solo per percepire il gusto frizzante e sferzante del vento, della pelle, della materia, perchè le emozioni si riversano come ambrosia nel calice della vita, e tutti vi si possono abbeverare. Le dita intrecciano i nervi, il cui bandolo introvabile appare ora evidente.

In questi esseri trovo le radici mie e della mia balzana specie, e trovo tutto ciò che non ho mai osato cercare.

A che cosa mi servono le dita, le labbra, il naso, la vista, le orecchie? Sono solo pezzi inutili di un corpo stolto plasmato da un dio capriccioso che gioca schernendosi delle proprie chimere? O forse la carne parla, non con la parola ma con il sangue che vi scorre dentro e percuote le vene?

E se davanti a me non vi fosse nessuno, solo buio, desolazione e deserto, che cosa me ne farei di questi sensi?

Ciò che percepisco è vita, una vita altra che palpita fuori e dentro di me, all'unisono con la mia.

Ogni creatura, umana o non umana, è una mappa dove io mi ritrovo, dove io mi decifro e mi rifletto. Ma solo oltrepassando l'inganno della razionalità e della superbia potrò addentrarmi davvero nei misteri della vita.


Chiara Manganelli

domenica 18 maggio 2008

CHI NON HA IL SUO MINOTAURO?

PROLOGO

Terribile chimera, mostro nato da un ventre ubriaco per scherno e punizione degli dei, chi sei veramente? Che cosa vuoi da me?

Come per nemesi infinita, mi condanni a vagare tra i respiri asfittici di un sole nero. Ti rinchiudo fra gli abissi tortuosi del mio labirinto, dove io stessa mi perdo, ti ricaccio giù, nel fondo del fondo, nello spazio obliquo e instabile dove l'anima annega e si contorce.

Ti relego nel regno delle ombre, ma tu, beffardo, ti cibi di esse, le plasmi e le trasformi, conferendo loro sembianze di ammalianti e seducenti sirene, e me le porgi millantandole per splendidi doni. Timeo danaos et dona ferentes.

Così io ti rifuggo, velenoso mistificatore, rabbioso e deforme fantasma che popola le mie notti inquiete.

La mano del tuo stesso padre ti ha ingannato e intrappolato, e per un perverso gioco del fato, la vittima si è tramutata in carnefice.

Quanto sangue ancora, di teneri fanciulli sacrificali, desideri venga versato, prima che la tua incessante sete di vendetta sia placata?

Le Erinni scagliano i loro dardi infuocati su quest'isola tetra, e io assisto inerme alla disfatta, davanti a un cielo livido che annuncia tempeste tumultuose.

Emblema di segreti inconfessabili, di tranelli e illusioni, pagherò questo fio salato fino al giorno in cui non ti vedrò capitolare.

Ma volgi lontano da me il tuo sguardo e trema, poiché dal mare giungerà la salvezza. Intravedo già una vela bianca che porta la luce.

Chi può essere l'impavida creatura che ci affrancherà da questo vorticoso gorgo di ossessioni?

Lui intanto è ancora lì, il mio dolce e terribile Minotauro, a trastullarsi tra le pieghe frastagliate della mia anima. Si attorciglia a ogni umore, si infila in ogni pertugio della mia mente.

Talvolta si assopisce e tace, ma il suo silenzio rimbomba come eco minacciosa e torva, ancor più del suo fragore.


EPILOGO


Il mostro è stato ucciso. Il filo è dipanato. Teseo è stato liberato dalla ragnatela di impervi cunicoli e antri oscuri. Ma chi detiene il bandolo della matassa?

Le gesta di un eroe fedifrago si spengono repentinamente come lingue di fuoco nell'oceano.

Ha giocato a scacchi con la vita, il saccente Teseo, e ha confuso il re bianco con il re nero, così il mare si è tinto del suo stesso sangue.

Ancora una volta le Erinni tendono l'arco e non falliscono il tiro.

Libertà, finalmente, da ogni Minotauro, da ogni Teseo, da ogni Minosse.

E' mio il bandolo della matassa. Quest'isola meravigliosa, cosparsa di luce e lambita da onde danzanti, ora mi appartiene. E’ la mia agognata Itaca, morbido approdo di sublimi sogni e rilucenti desideri.

Qualsiasi prigione può trasformarsi in languido e sfavillante paradiso. Ogni mostro può essere sospinto nel baratro dell'Ade, perché la mano che lo crea, lo può anche distruggere.


Chiara Manganelli